Gabriele del Grande è ancora in carcere. Sono 14 giorni per lui, 69 per Deniz Yücel – il giornalista turco-tedesco sospettato di essere una spia e ormai chissà quanti, per gli altri 156 colleghi finiti dietro le sbarre in Turchia. Gabriele e Deniz sono solo le ultime vittime, quelle straniere (anche se Deniz Yucel, tedesco di origine turca è straniero solo a metà) ma non vanno dimenticati i locali: commentatori, redattori, fotografi; tra questi i più illustri sono la presentatrice Nazli Ilicak, il giornalista Ahmet Altan e il docente di economia Mehmet Altan. Il quotidiano di opposizione Cumhuriyet, può praticamente organizzare le riunioni di redazione in carcere: Erdogan ha fatto arrestare i vertici e la metà dei suoi redattori.

Come sostengono il Commitee to Protect Journalists e Amnesty International, la situazione in Turchia è sfuggita di mano, e da un pezzo. Grazie a uno dei decreti emessi dal governo, i Kanun hükmünde kararname (Khk), la detenzione senza la formalizzazione di capi d’accusa oggi è possibile fino a 30 giorni: lo diceva al quotidiano Hurriyet l’avvocato Hüseyin Ersöz la scorsa estate. Pochi giorni dopo il tentato golpe, Ersöz dichiarava: “Essere costretti per 30 giorni in carcere senza conoscere i capi d’imputazione rischia di violare i diritti“. Le misure di emergenza, di fatto, hanno eliminato check and balances, aprendo le porte delle patrie galere a chiunque osi criticare il governo.

Se ai giornalisti aggiungiamo intellettuali e accademici, possiamo dire che le prigioni turche ospitano oggi la popolazione carceraria con la più alta scolarizzazione al mondo. Quelle degli intellettuali e dei giornalisti rapiti dal regime sono voci mancate per la campagna referendaria, ridotta a un monologo erdoganiano per “Evet”; mancano in questi difficili giorni post-voto e mancheranno nelle prossime settimane, per dibattiti che riguardano direttamente noi europei: l’accordo (illegale) sui migranti, il rebus dell’adesione turca all’Ue, i giacimenti di gas nell’est del Mediterraneo.

I mandanti della sparizione dallo spazio pubblico di Gabriele, di Deniz e della Turchia dello Hayir sono ben visibili. Ma in questa storia, altri hanno enormi responsabilità, prima fra tutte l’Ue. I leader sudano freddo al pensiero che Erdogan “apra le dighe”, sospendendo l’accordo di respingimento dei rifugiati; per molti di loro, soprattutto nel nord Europa, quel patto scellerato va mantenuto a qualunque costo. Anche a costo, quindi, di classificare la Turchia come paese sicuro: così aveva detto l’ex vicepremier olandese Diederik Samsom nel 2015, con la benedizione all’accordo sui richiedenti asilo. Paese sicuro, ma per chi?

Quella stessa Europa che oggi tace sull’arresto arbitrario di due suoi cittadini e sulle violazioni subite dai giornalisti turchi, avrebbe al contrario tutti gli strumenti per costringere Erdogan a rispettare l’abc dei diritti umani nell’anno 2017, ossia non sbattere in cella reporter e oppositori.

D’altronde la Turchia è membro del consiglio d’Europa e della corte europea per i Diritti umani e tratta la sua candidatura con Bruxelles da prima della caduta del muro di Berlino: l’Europa, avrebbe gli strumenti ma preferisce far finta di nulla. Evidentemente, la libertà d’espressione in Turchia e i giornalisti europei in manette – per gli euroburocrati – sono prezzi accettabili da pagare per la normalizzazione dei rapporti.

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