La strada che porta alla Ligur Block, azienda ligure che produce mattonelle autobloccanti per l’edilizia, è uno sterrato che si arrampica per tre chilometri tra i pini di Balestrino, in provincia di Savona. Prima danneggiata dagli uomini, poi devastata dall’alluvione, questo sentiero di roccia e polvere oggi sembra il greto di un torrente e fa ancora più paura di quando i camion della ditta la percorrevano rischiando di non arrivare mai a valle.

Per Rolando Fazzari, titolare della Ligur Block, che oggi rischia il fallimento, quella strada è da anni un calvario, un cammino lastricato di paura e di dolore. Alto e forte come gli eroi greci, Rolando può essere definito “l’Edipo della ‘ndrangheta”, perché si è giocato la serenità con una doppia ribellione: contro il padre Francesco e contro uno dei clan più potenti che la ‘ndrangheta abbia mai piazzato in Liguria e nel nord Italia.

Per capire l’origine della sua storia bisogna percorrere un altro sterrato da incubo, quello che a Borghetto S. Spirito, porta a quella che è stata definita la “cava dei veleni. Nel 1992, un frana portò alla scoperta di 12.500 barili di rifiuti tossici interrati vicino al bosco. La cava era gestita da Francesco Fazzari, padre di Rolando e capo di una famiglia – secondo gli inquirenti – vicina alla cosca Raso-Gullace-Albanese. Francesco Fazzari era anche suocero del ‘viceré’ di Toirano, Carmelo Gullace, agli arresti domiciliari (per 416 bis) in una splendida villa che domina il paese. La consorte consorte Giulia Fazzari, invece, è in carcere per l’inchiesta “Alchemia.

Dopo un’indagine durata 10 anni , Francesco morì prima della fine del processo, mentre il figlio Filippo fuggì in Spagna, inseguito da una condanna per disastro ambientale. La bonifica dei veleni costò ai contribuenti 20 miliardi di vecchie lire. Accanto alla cava, oggi c’è ancora, abbandonata, la villa della “famiglia” Fazzari. Rolando aveva interrotto i rapporti con il padre e con il clan molto tempo prima, quando a 16 anni, in Calabria, gli avevano messo in mano una pistola ordinandogli di uccidere. “Quel mondo io lo conosco, ci sono cresciuto – mi disse in un’intervista per Rete4 – e so che ha due sole vie d’uscita: il cimitero o la prigione”.

La ribellione gli è costata cara. Emarginato completamente nello sfruttamento della cava dove sorge la Ligur Block – cava finita sotto il controllo della famiglia Gullace – Rolando riceve da anni messaggi molto espliciti: un capretto decapitato, una croce di ferro all’ingresso della ditta oppure dozzine di massi scaricati di notte sulla strada. La ferita più dura è stata la morte del figlio Gabriele (18 anni) ucciso nel 2012 da una frana, mentre manovrava un escavatore.

Gabriele ammirava la scelta del padre e, spesso, anche a sua insaputa, raggiungeva l’azienda di notte per verificare che i macchinari non fossero stati distrutti, per evitare al padre di fare la strada della paura. Grazie alla “distrazione” degli enti locali, i parenti-serpenti di Fazzari non hanno mai messo in sicurezza la cava e, quando lui si è offerto di farlo a sue spese, gli è stato negato il permesso, sino al giorno in cui la frana ha ucciso Gabriele.

Se l’Italia fosse paese normale, se la Liguria non avesse avuto tre comuni sciolti per mafia, Rolando Fazzari sarebbe considerato un eroe e avrebbe al fianco le istituzioni. Invece è da solo. Quando le piogge di novembre hanno distrutto la strada che porta alla cava paralizzando la Ligur Block, Fazzari ha chiesto l’intervento del comune di Balestrino, ma la risposta è stata: “Arrangiati”. Questa incredibile storia oggi è raccontata dal libretto La strada delle convergenze indicibili di Christian Abbondanza, il blogger, più volte minacciato di morte, che ha fondato il sito “Casa della Legalità” e che da anni denuncia le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Liguria.

A proposito di Carmelo Gullace, gli autori del saggio A meglia parola, Liguria terra di ‘ndrangheta Matteo Indice e Marco Grasso spiegano: “Nella sua prima vita, è considerato un operativo delle cosche. È indagato per un omicidio, è indagato per un sequestro di persona, accusa dalla quale uscirà in maniera miracolosa grazie a una testimonianza apparsa misteriosamente durante il processo, dopodiché inizia la sua seconda vita quando si trasferisce nel ponente ligure, dove gestisce in prima persona traffici di droga milionari e per questo viene arrestato in Francia durante un’altra indagine. Nella sua terza vita accede a quella dimensione manageriale che lo farà finire in una retata inerente agli appetiti dei clan sui cantieri della Tav”.