Sono convinto, per dirla con le parole di Oliver W. Holmes, che per “diritto” si debbano intendere “le previsioni di ciò che i tribunali effettivamente faranno, e nient’altro di più pretenzioso”, ma non per questo mi spingerò a prevedere ciò che farà il tribunale di Roma nel processo a Mafia Capitale, a proposito della prospettazione accusatoria per la quale Massimo Carminati sarebbe “capo” e “organizzatore” di un’associazione di tipo mafioso “operante su Roma e nel Lazio” che “si avvale della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti di estorsione, di usura, di riciclaggio, di corruzione di pubblici ufficiali e per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione e il controllo di attività economiche, di concessioni, autorizzazioni, appalti”.

Per sapere se sia stata raggiunta la prova che Massimo Carminati abbia effettivamente sovrinteso e coordinato tutte le attività di quell’ipotizzata associazione, impartito direttive agli altri partecipi, fornito loro delle schede dedicate per le comunicazioni riservate, individuato e reclutato imprenditori a cui fornire protezione, mantenuto i rapporti con gli esponenti delle altre organizzazioni criminali operanti su Roma, nonché con esponenti del mondo politico, istituzionale, finanziario, con appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti, attenderò pazientemente, così com’è doveroso, la sentenza.

Non posso, tuttavia, impedirmi di riflettere sull’atteggiamento assunto dallo stesso Carminati, nel corso del suo interrogatorio, che ha impegnato giudici, difensori e accusatori per ben tre udienze, tra la fine dello scorso mese e l’inizio di questo. Ad ascoltarlo, si potrebbe dire che indossi con estrema disinvoltura una maschera per ciascuno dei compiti che parrebbe essere destinato ad assolvere in quello che lui stesso ha chiamato il “Mondo di mezzo”. La sua sembra la personalità di un teatrante, in grado di mostrare al pubblico volti diversi ai quali corrispondono personaggi diversi. Questa sua teatralità si concilia perfettamente con la natura carismatica della sua leadership.

La prima di queste maschere è quella che raffigura il gestore di potere locale: è in tale veste che si rappresenta come membro di un’aristocrazia che riproduce all’infinito il meccanismo delle enclosures, pronto a gestire, se necessario anche militarmente, i quartieri che delimitano il suo potere totalitario.

La seconda maschera è quella che indossa per rivendicare il ruolo di membro scelto del suo potentato locale: allora si rappresenta come grande o piccolo faccendiere, sorta d’imprenditore politico pronto ad alternare l’uso delle armi seduttive del paternalismo e della benevolenza a quello della minaccia, raramente esplicita, più spesso larvata e trasversale. Del resto, tradisce metodi perfettamente conformi al suo spirito: rifugge le discussioni che non ama. Il suo elemento è l’intrigo e, da artista, se ne compiace. Certo, lavora nell’ombra, ma non si nasconde, dando piuttosto mostra di esercitare il suo potere pubblicamente: i suoi atti e le imprese, i suoi progetti presunti sono l’oggetto di commenti continui. Questa pubblicità, in fondo, non gli è per niente sgradita: fa salire le sue quotazioni sul mercato della fama e del rispetto.

La terza fra le maschere che indossa è, finalmente, quella di chi sente di assolvere a un ruolo di mediazione: di chi ritiene di avere, almeno nel dominio di sua competenza, il monopolio di attività essenziali, proprio grazie al fatto che la sua risorsa fondamentale è la rete dei suoi contatti.

Werner Sombart, economista e sociologo, capocorrente della nuova scuola storica tedesca e uno dei maggiori autori europei del primo quarto del 20° secolo nel campo delle scienze sociali, a proposito dei “magnati dei grandi trust americani” diceva: “Sono filibustieri e calcolatori furbissimi, signorotti feudali e speculatori insieme”. Questa definizione può valere, mutatis mutandis, anche per Massimo Carminati che con i super imprenditori capitalisti sembra condividere l’abito mentale fondato su uno strano spostamento di posizione dell’uomo. Infatti, l’uomo vivo, col suo bene e col suo male, con le sue esigenze e con i suoi bisogni, è stato respinto dal centro dell’interesse e il suo posto è stato preso da un paio di astrazioni: il guadagno e l’affare.

Per Massimo Carminati, comunque, l’idea dominante non pare sia l’ingrandimento dell’azienda: per lui sembra invece che capitale si unisca a capitale, non tanto perché l’azienda cresca, ma perché lo stesso capitale aumenti; come se le astrazioni “guadagno” e “affare” non dovessero generare che altre astrazioni “guadagno” e “affare”. La priorità che Massimo Carminati assegna all’aspetto speculativo del proprio lavoro, peraltro, fa passare in secondo piano, oltre all’uomo, anche l’industria: ogni attività, anche imprenditoriale in senso stretto, viene ridotta a pura e semplice agenzia di servizi, finalizzata a implementare le reti clientelari che sono la vera fonte dell’arricchimento speculativo.