Questa cosa che i social sarebbero popolati solo da imbecilli e analfabeti è una panzana autoconsolatoria di chi fatica a costruire l’egemonia altrove e vuole perciò tornare all’ipse dixit. O, nel caso peggiore, è la narrazione di un gruppetto di imbecilli convinto di aver conseguito la salvezza e di star fuori, sulla collina, a guardare l’umanità brulicante e crassa che si dibatte laggiù. E questo ha a che fare con la politica. Dice: che c’entra?

C’entra, perché la democrazia fa schifo alle élite, in tutti i campi. Ma mentre la politica può fare a meno della democrazia, la scienza non può, perché essa si sostanzia nel controllo democratico, che non vuol dire che uno apre bocca e le dà fiato, ma che comunità di studiosi discutono in un modo che rimane sempre aperto, disposto al taglio delle circolarità solo per ragioni pratiche (ovvero quando occorre fare delle scelte per il bene delle persone), mai per ragioni teoriche.

Popper intitolava un suo libro Unended Quest. In effetti, la ricerca non ha fine e il ritorno al medioevo non è l’apertura al controllo di protocolli e risultati, ma la chiusura delle discussioni con un “perché l’ho detto io” che è totalmente anti-scientifico. L’auctoritas conta, ma se è aperta al controllo. Altrimenti è pretesa dogmatica. Mentre la scienza (moderna, ovvero la scienza tout court) si regge sulla messa in discussione dei dogmi, persino di quelli “sacri”.

La scienza come l’ho descritta, tuttavia, è un modello. Assomiglia al mercato? Sì e no. Anche il mercato è un modello: competizione, selezione, e così via. Allora, si dirà, non sono reali? Sì e no: sono modelli normativi che, se non producono tendenza all’adeguamento, costituiscono comunque pietre di paragone per formulare giudizi. La scienza, come il mercato, è soggetta alle mille sollecitazioni esogene rilevabili dalla sociologia dei processi scientifici.

Bruno Latour ha scritto un libro di etnografia e metodologia dell’attività di laboratorio in cui ha studiato il comportamento degli scienziati e si è occupato di Pasteur smontando la concezione ingenua della scienza e arrivando a sostenere che lo scienziato è una sorta di entità semiologica che agisce storicamente. In altri termini, per Latour lo scienziato è l’ultimo dei ‘capitalisti selvaggi’. Naturalmente questo costruttivismo latouriano non è esente esso stesso da critiche di riduzionismo cinico. Ma anche questa è la scienza. Che peraltro, quanto a influenze esogene, passa anche al vaglio della semplice cronaca: interessi economici, corruzione, potere delle multinazionali, etc.

Tutto questo non c’entra niente con la bontà dei vaccini, argomento su cui francamente non ho alcuna competenza per intervenire. C’entra dunque non con “come si fa scienza” ma con “che cos’è la scienza“, che è una questione in parte diversa. Per quel che ne so, nei corsi di medicina non si studia epistemologia o filosofia della scienza, cioè non ci si interroga in termini teorici su cosa la scienza sia.

Questo, combinato a una progressiva colonizzazione di ogni ambito disciplinare da parte di una concezione “scientista” della realtà, porta a trattare le scienze “dure”o “esatte”, insomma quelle scienze distinte dalle scienze sociali e umane, come materie oracolari, non smentibili, apodittiche. Il discorso sarebbe lungo e richiederebbe distinzioni molto sofisticate, ma sta di fatto che presentare i risultati scientifici come inoppugnabili non fa bene alla scienza.

Da parte degli scienziati, è comprensibile che si voglia interloquire tra pari ed è anche scientificamente corretto. Ma la scienza oracolare è il vero ritorno al medioevo, laddove il principio di autorità era dogmatico e non controllato democraticamente. Se questa idea fosse sana, oggi saremmo ancora a dire, con il Diagnostic and statistical manual of mental disorders (Dsm), che l’omosessualità è una patologia psichiatrica, mentre essa è stata cancellata come tale dal Dsm nel 1973 (non senza le controversie che si trascinano ancora oggi).

Confondere questi discorsi con le panzane anti-vaccino o con il complottismo del “È tutta colpa di BigPharma” è un’ulteriore dimostrazione che sapere fare scienza non significa necessariamente sapere “cos’è scienza”.