E’ stato approvato l’emendamento chiave della nuova norma (ancora in gestazione) sul biotestamento, che investe il diritto del malato di essere informato delle cure di fine vita per dare il proprio libero consenso. Il malato può anche rifiutare la nutrizione artificiale e può nominare una sorta di tutore che garantirà il rispetto della sua volontà.
Nel quadro dello stessa legge si regoleranno le cure palliative che non sono mai state prese in seria considerazione.

Dal punto di vista politico l’emendamento ha visto la convergenza del Partito democratico con il Movimento 5 Stelle suscitando l’interesse dei commentatori. Dal mio punto di vista, ormai periferico, non è l’aspetto più importante che ci fa salutare questo episodio come una svolta.

E’ in gioco il diritto fondamentale del malato che dovrebbe stare a cuore a tutti, anche i sani poiché la salute non è una condizione esclusiva che si acquisisce una volta per sempre.
Apparentemente questo emendamento fa giustizia del cosiddetto “accanimento terapeutico” di cui la cronaca continua a presentarci casi di assurda sofferenza.
Dobbiamo ricordare che la reazionaria Chiesa Cattolica di Pio XII in previsione degli abusi di oggi condannò l’accanimento terapeutico reso possibile dallo sviluppo della tecnologia applicata alla pratica medica?

Come verrà attuata la nuova normativa resta il vero problema. Prevarrà lo stile burocratico che ha affossato altre norme del genere o si imporrà una mentalità nuova al passo coi tempi realmente rispettosa della persona umana, che dovrebbe partire dalla formazione universitaria?

Purtroppo anche la classe medica è prigioniera di dogmatismi duri a morire. L’idea che la malattia sia la reincarnazione del male è nella testa di molta gente. Curare non vuol dire incrociare una battaglia, ma prima di tutto lenire la condizione di chi soffre.

So bene che chi vuol aggirare il problema dirà che alla sanità servono mezzi adeguati per questa battaglia: è tutto vero, ma anche la libertà, nei limiti delle competenze, è un problema.
Non mancherà chi scomoderà Ippocrate e il suo giuramento che pure declina: non entrerò in una casa se non per portare sollievo.