Ho scritto qualche giorno fa un post che parlava dell’epidemia di morbillo in corso in molti Paesi sviluppati a causa del calo del tasso di vaccinazione e di un convegno alla Camera non proprio favorevole alla vaccinazione di massa.

Un lettore ha scritto un commento che mi ha colpito: diceva più o meno che il morbillo è una malattia lieve, non è mica la poliomielite. Sebbene a buon senso sarei tentato di dare ragione al lettore, come penso qualunque altro cittadino minimamente istruito, ho una laurea in medicina e so che immaginare una gara tra le malattie non è facile come sembra: servono tanti dati. Questi dati sono andato a cercarli perché il problema è interessante e dice moltissimo sulla psicologia sociale, anche se non molto sulle malattie in questione.

Il morbillo e la poliomielite, dal punto di vista epidemiologico presentano alcune somiglianze: sono entrambe malattie virali acute molto diffuse; possono entrambi avere un decorso benigno e privo di complicazioni; possono entrambi avere complicazioni gravi, fino alla morte del malato; per entrambi c’è una estesa statistica sia in epoca pre-vaccinale che dopo l’introduzione del vaccino. Ciononostante, nella percezione comune le due malattie sono molto diverse: la poliomielite è ritenuta rara e grave e il morbillo è ritenuto frequente e lieve. Diciamo subito, a scanso di equivoci che la mortalità di entrambe le malattie è bassa e si conta nell’ordine di 1 caso su 1.000, ben lontana da quelle delle grandi epidemie del passato (la peste non curata ha una letalità di circa il 40-50%; il vaiolo a seconda delle epidemie tra il 2% e il 40%).

I dati epidemiologici di epoca pre-vaccinale indicano che la probabilità dell’infezione da morbillo e da poliomielite, stimata dalla percentuale di individui che a una certa età (in molti studi 15 anni) possiedono anticorpi (le proteine della difesa immunitaria, prodotte dopo il contatto con il virus) è molto elevata, nell’ordine del 90% per entrambe le malattie. Qui riscontriamo la prima differenza importante tra le due malattie: il morbillo, nella sua fase acuta è una malattia appariscente, che non passa inosservata; la poliomielite è una blanda e inapparente infezione intestinale. Entrambe le malattie nella grandissima maggioranza dei casi guariscono senza lasciare reliquati. Le complicanze gravi del morbillo sono di due tipi: la polmonite interstiziale, e due forme di encefalite.

La loro prevalenza, sommata, è nell’ordine di circa 1 caso su 200, la letalità, sempre sommata, nell’ordine di 1 caso su 1.000, con variazioni significative in relazione ai fattori socioeconomici (può raggiungere il 10% in condizioni di malnutrizione e mancanza di assistenza). La poliomielite ha una sola complicanza grave, la mieloencefalite virale che colpisce elettivamente i motoneuroni e causa una paralisi irreversibile, di estensione variabile, in circa 1 caso su 200.

La paralisi è letale per paralisi dei muscoli respiratori nel 5-10% dei casi in cui insorge (la letalità è variabile perché aumenta con l’età di insorgenza della malattia), quindi in 1 caso su 2.000 malati. I numeri delle due malattie non sono così diversi, però gli esiti permanenti della non letale poliomielite (circa 1 caso su 200, che dato il tasso di conversione di epoca pre-vaccinale, quasi coincide con la ferquenza nella popolazione generale) sono molto appariscenti. Il portatore di paralisi poliomielitica può avere una vita sana e produttiva, sebbene con una grave invalidità, che tutte le persone che lo incontrano ogni giorno non possono mancare di notare: gli esiti della poliomielite sono appariscenti. Nel caso del morbillo invece gli esiti non letali dell’encefalite sono spuri: non si fanno notare.

Ben pochi cittadini oggi obiettano alla vaccinazione antipolio (che pure ha effetti collaterali negativi e una sua letalità, specialmente se si considera il vaccino vivo di Sabin, più efficace, oggi sostituito dal vaccino ucciso di Salk più vecchio e meno efficace, ma con minori effetti collaterali), mentre molti obiettano alla vaccinazione contro il morbillo. La ragione di questa differenza sta nella psicologia, non nei fatti; e la psicologia non è una buona guida.