Un Paese paralizzato com’è successo per la Spagna? O più probabilmente un Paese sulla Delorean per tornare alla Prima Repubblica? Prima le elezioni dove tutti si presentano separati e avversari, poi le consultazioni dove si trova una maggioranza larga, larghissima, la più larga possibile. Come ai tempi del Pentapartito. E invece no, una soluzione c’è. Non le larghe coalizioni dopo, come corsia d’emergenza. Ma le larghe coalizioni prima, con tanto di programma di governo. L’idea è del Foglio e del suo direttore Claudio Cerasa. Già il 13 aprile scorso aveva trovato il favore niente meno che del presidente dei senatori, il renziano Luigi Zanda che, sempre sul quotidiano, aveva invocato un fronte anti-Grillo, naturalmente con l’appoggio di Forza Italia. Ora a sostenere l’iniziativa è pure il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Lui è l’emblema del passante tra centrosinistra e centrodestra, essendo nato politicamente sotto la stella di Mario Monti, che da presidente del Consiglio stava in piedi proprio grazie a partiti dei due poli. “Occorrerebbe – dice Calenda – cercare una convergenza ampia tra le forze politiche e sociali responsabili, proprio come proposto sabato 15 aprile dal Foglio. E già prima delle elezioni del 2018 sfidando il centrodestra a convergere su un piano di riforme ambizioso e inderogabile“. Sicurezza, difesa, energia, commercio, migrazioni sono i temi su cui serve un programma comune: sinistra e destra insieme, ovviamente nel senso delle ali più moderate, dei “volenterosi”.

Le parole di Calenda, mentre il clima è sempre più da campagna elettorale, hanno fatto gelare il sangue di tanti. Persino i renziani, timorosi che questo possa diventare tema di dibattito alla vigilia delle primarie contro l’ex premier e sperando che in pochi abbiano letto Zanda di qualche giorno fa, hanno condannato (almeno a parole) l’idea. Così Renzi ha mandato all’attacco il responsabile comunicazione della sua mozione, Michele Anzaldi: “Il ministro dello Sviluppo economico a che titolo parla?”, ha commentato. “Perché Calenda non parla di Alitalia e di altri problemi degli italiani, anziché parlare del Pd? Al Partito democratico ci pensiamo noi egregiamente e tra 15 giorni avremo l’unico segretario di partito eletto in Italia”. Insomma, contrari su tutta la linea. Le parole di Calenda hanno però avuto un effetto: il probabile candidato premier M5s Luigi Di Maio le ha già ribattezzate “le larghe intese dei cuor di leone” che hanno paura dei grillini. E l’avversario di Renzi alle primarie Andrea Orlando è corso sulle barricate della sonnolenta campagna elettorale delle primarie: “Noi dobbiamo evitare le larghe intese. Ci può essere un accordo tra le forze moderate del centrodestra e il Pd sulle regole fondamentali ma non un accordo sul governo. Su questo abbiamo già dato”.

Calenda torna a essere così un perno politico, pur negando per l’ennesima volta qualsiasi ambizione: “Non ce l’ho perché conosco i miei limiti. Non fa per me”. Ma traccia la via, a destra, sinistra, centro. Chi vuole, ascolti: “Non sono un pericoloso nemico visto che condivido il novanta per cento di quello che ha fatto il governo Renzi”. E questa è per i renziani. Nelle settimane scorse, infatti, il ministro che un tempo era considerato il ministro più renziano sia pure da indipendente è diventato quasi il nemico pubblico numero uno per l’ex presidente del Consiglio e chi lo segue in Parlamento. “Con Renzi ho avuto sempre un rapporto molto franco e diretto – ha ammesso lui qualche tempo fa a Radio24 – Qualche volta ci siamo confrontati in modo duro. Penso che il suo governo, di cui io ho fatto parte, ha fatto tante cose buone, altre non le ho condivise e quando non le ho condivise gliel’ho detto sempre con grande chiarezza. E penso che questa sia la base per un rapporto di lealtà. Altra cosa è la fedeltà. La fedeltà, quando uno fa il ministro, la giura ai cittadini, alla Costituzione e quindi lealtà sempre, fedeltà alla costituzione e ai cittadini”. Erano i giorni della norma “anti-scorrerie” che secondo alcuni sarebbe stata bloccata da Renzi perché interpretata come pro-Mediaset: “Non è una norma retroattiva e non potrebbe esserlo, quindi non è applicabile a Mediaset”. Nelle stesse settimane, poi, il nome di Calenda – secondo alcuni retroscena in particolare di Repubblica – era finito sulla bocca di Silvio Berlusconi come possibile leader da spendere alle elezioni politiche.

Lealtà diversa da fedeltà: un concetto che a Renzi è stato spiegato più volte da più parti, ma che ogni tanto tende a dimenticare. Calenda, infatti, sul Foglio ribadisce: “Quello che ci serve è un riformismo forte fondato sul realismo piuttosto che sulle suggestioni idealistiche alla ‘terza via‘ o sugli slogan degli anni Novanta. Con l’ottimismo non ci fai niente. Un quadro internazionale più duro e fenomeni epocali come l’innovazione tecnologica e la globalizzazione richiedono risposte lunghe, e anche complesse, fuori dal ‘Truman Show‘, dalla spettacolarizzazione ombelicale in cui sembra imprigionato il dibattito politico italiano”. Pochi giorni fa Renzi aveva inghiottito il boccone di dover accettare le uscite del ministro: “Ci siamo scritti ieri sera, i rapporti non sono deteriorati, secondo me sarebbe un’ottima idea per il centrodestra lui come leader, non so quanto per Calenda. Io lo stimo ma non sempre sono d’accordo con lui”. Se la proprietà transitiva ha un senso, si può ricapitolare: Calenda è d’accordo con il 90 per cento dell’attività del governo Renzi e Renzi vede bene Calenda come leader del centrodestra perché lo stima. Per le larghe intese non sembra che serva la scienza, insomma.

Un patto pre-elettorale che Calenda vede così: “Dobbiamo aggredire la realtà prima che la realtà aggredisca noi: in Italia è fondamentale in primo luogo raccontare ai cittadini la complessità e i rischi del crocevia della storia in cui ci troviamo. Dobbiamo cancellare l’idea che esistano pasti gratis. Che si possa assicurare il benessere attraverso redditi inventati piuttosto che avere energia a basso costo senza fare le necessarie infrastrutture. L’offerta politica grillina si fonda su questo: sulla propensione alla fuga dalla realtà che è molto radicata nel Paese anche per effetto dei decenni di spesa pubblica incontrollata. Il Pd, le forze responsabili, devono essere l’esatto contrario. Il Pd può essere il pilastro attorno a cui costruire questo riformismo forte. E il governo Gentiloni può essere il luogo politico dove implementarlo, cercando un coinvolgimento ampio”. Resta da vedere cosa ne pensano davvero dentro il Partito democratico. Per dirla con Orlando, Renzi si è candidato perché “ossessionato” dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi. Ma, come forse suggerisce l’intervento di Calenda, la voglia non è solo di Renzi.