Ma che anno interessante questo 2017. Tra pochi giorni si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali in Francia e la situazione sembra più imprevista che mai: a sole poche ore dal voto, i due favoriti (Le Pen, Macron) non riescono a spiccare il volo e i due gregari a tenere botta dietro di loro (Mélenchon, Fillon). A fine settembre si terrà la sfida tra Angela Merkel e Martin Schulz in Germania, in cui sarà comunque interessante osservare la percentuale di preferenze che il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (Afd) riuscirà ad ottenere. Nei giorni scorsi, la svolta iper-presidenzialista della Turchia. Ora, con una mossa a sorpresa, il premier britannico Theresa May ha annunciato questa mattina il suo piano per anticipare le general elections nel Regno Unito dal 2020 al prossimo 8 giugno.

Andiamo con calma: il premier britannico ha ancora bisogno dell’approvazione della Camera dei comuni del parlamento per poter effettivamente fissare la data della consultazione elettorale. È chiaro, però, che si tratta di una mossa potenzialmente geniale: in un colpo solo, Theresa May potrebbe mettere fuori gioco il Labour Party, presentarsi davanti alla Commissione europea con più consapevolezza e fiducia nei propri mezzi in ottica negoziato per la Brexit, costringere a un confronto diretto lo Scottish national party (Snp) sulla questione del secondo referendum per l’indipendenza scozzese. E trovarsi anche, con molta probabilità, alla guida di un’Inghilterra più compatta e di un Regno sempre più disunito.

Sebbene siamo un po’ tutti consapevoli del fatto che ormai non si possa essere sicuri di nulla in vista di una consultazione elettorale (e gli inglesi sono stati i primi a darcene prova con le elezioni del 2015, in cui non c’è stato l’atteso testa-a-testa Cameron contro Miliband ma una vittoria abbastanza solida dei Conservatori), si può aver ragione di credere che la scommessa in cui si è lanciata Theresa May non sia assolutamente come quella di David Cameron sulla Brexit. I due non corrono gli stessi rischi, per vari motivi sia di politica interna che estera.

Guardando alla Gran Bretagna, il guanto di sfida è stato lanciato (in modo anche abbastanza violento) a Labour Party e Snp. Sarebbe eufemistico dire che i Labour, con Jeremy Corbyn alla guida del partito, non se la stiano passando bene di questi tempi: la leadership di Corbyn sembra essere continuamente messa in discussione sia all’interno che all’esterno del partito, e secondo alcune rilevazioni più recenti (12-13 aprile) sulle intenzioni di voto in vista di una elezione nazionale, il Labour non andrebbe oltre il 23%, con i Tories a +21% di distacco. Si tratta del punto più basso toccato dai Labour negli indici di gradimento a partire dal 2009, quando il partito era al governo e Gordon Brown primo ministro. Una schiacciante vittoria dei conservatori sembra a portata di mano, quindi perché non accorciare i tempi e arrivare al confronto in estate per rafforzare la maggioranza a Westminster e tagliare fuori da ogni discussione Corbyn e compagni?

Sul lato Scozia, la questione si fa più spinosa. È molto difficile che i conservatori riescano a strappare un numero accettabile di seggi allo Scottish national party, fresco di annuncio di un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito da tenersi tra circa un anno e mezzo. La mossa di Theresa May, però, mette Nicola Sturgeon con le spalle al muro: sì, è lo scontro diretto che la Sturgeon stava cercando, ma cosa andranno a votare quegli elettori che non sono così sicuri della causa indipendentista (dopo tutto, al primo referendum hanno vinto i No) con una general election convocata in tempi lampo e un potenziale referendum sulla Scozia in vista in non meno di un anno da oggi?

Quello di Theresa May è un blitz destinato a dividere l’unione ancora di più al suo interno a livello intra-statale, al prezzo però di avere le spalle coperte in Parlamento praticamente su ogni questione che sarà affrontata dai Conservatives nei prossimi mesi, in particolare in materia di negoziati con l’Unione europea sui termini della Brexit.

E qui arriviamo al terzo e ultimo punto. Sebbene nel Regno Unito non ci sia l’elezione diretta del primo ministro (come in Italia, è bene ricordarlo ogni tanto), Theresa May e i suoi hanno attivato solo il mese scorso l’articolo 50 del trattato di Lisbona per uscire dall’Ue. Con un coinvolgimento già così forte nei negoziati con i commissari europei e nella battaglia interna Brexit means Brexit (sebbene molti di noi, me compreso, non abbiano ancora capito esattamente cosa voglia dire in termini pratici) con le opposizioni in Parlamento, il premier britannico uscirebbe senza dubbio rafforzato da una consultazione elettorale in tempi così brevi, in particolar modo tenendo in considerazione il fatto che al momento, a destra, ci sono solo i Conservatori a rappresentare sia l’ala moderata sia l’ala nazionalista dell’elettorato inglese. Si tratta di un elemento rilevante, considerata la lenta eclissi di Farage e dell’Ukip e la svolta “patriottica” dei Tories, differenze importanti rispetto alla doppia sfida affrontata da Cameron contro Ukip nella general election del 2015 e nel referendum nel 2016.

Comunque andrà, sarà un successo? Non ci metterei la mano sul fuoco, più che altro perché con i giudizi affrettati ci siamo scottati (quasi tutti) già parecchio negli ultimi mesi e sinceramente la cosa sta cominciando a stancare un po’. In ogni caso, un voto anticipato all’8 giugno sarebbe destinato a cambiare le sorti del Regno (ora) Unito non solo per i prossimi cinque anni, ma probabilmente per molto tempo a venire. Se Corbyn traballa, lo Snp si fa cogliere impreparato e sui LibDem non ci sarà da fare molto affidamento: un’ennesima deriva a destra in Europa diventerà praticamente inevitabile, con buona pace di Bruxelles e dei remainers britannici.