E’ umanamente possibile pentirsi di essere diventata madre?
Per la scrittrice e sociologa israeliana Orna Donath, autrice del libro Pentirsi di essere madri, sembrerebbe di sì. (Qui l’anteprima) E come lei, anche le 23 donne israeliane intervistate tra il 2008 e il 2013.

La donna, in quanto tale, è spesso oggetto di biasimo feroce, commiserazione o lode in relazione al suo ruolo di procreatrice. Viene tacciata di essere “anormale” se non li fa, compianta se li ha troppo giovane, ridicolizzata quando è troppo vecchia per averli, ostacolata se intende interrompere la gravidanza, compatita se li tira su da sola, condannata se li ha con uno spermatozoo extraconiugale, messa alla pubblica gogna quando pagata per partorire il figlio di un’altra…

Insomma, la donna è primariamente un corpo. E quando non è vista come contenitore più o meno sacro da riempire, è giudicata come ammasso di carne e ossa da vestire, truccare, fotografare, camuffare, mettere in posa, possedere, far dimagrire, tagliare, ricucire e via discorrendo.

Si è scritto di tutto sulle donne e il loro corpo, donne come compartimenti stagni viste (quasi) unicamente come madri o mannequin, fidanzate o mogli; si continua a dibattere senza sosta sulle vite spezzate che mai più saranno in grado di muovere un muscolo, depredate della vita da quegli uomini che in loro vedevano solo massa, materia. Corpi, appunto.

Si è scritto di tutto senza riuscire a trovare una tregua, una guarigione, un luogo di pace all’interno della società, per tutte.

C’è così tanta energia impiegata nel parlare di questo e poca, pochissima, nel raccontare della mente delle donne, del loro intelletto, delle loro capacità. E anche quando quelle poche giungono alla ribalta, in posizioni di primo piano, spesso nei loro confronti si concentra una sorta di morbosa curiosità, si tende a sminuirne il ruolo tracciando profili che incamerano vecchi cliché, spostando l’attenzione su minuzie da rotocalco rosa, tipo sul loro abbigliamento o sulla loro vita privata.

Delle idee delle donne, della loro visione del mondo se ne parla sempre poco. Le idee delle donne non tirano quanto il loro fisico e non aprono dibattiti che dovrebbero essere già obsoleti da decenni, come ad esempio gestire il proprio utero. In questo senso il corpo delle donne è, tristemente, una macchina potentissima.

Ma per tornare alla domanda iniziale: ci si può pentire di esser madre? Certo, per diversi motivi. E rivelarlo non vuole dire essere un mostro.

Per dirlo con le parole della scrittrice “diventare madre è instaurare un rapporto con una persona che non si conosce, un salto nel vuoto”. E’ il retaggio di una visione buonista credere che per natura tutte le donne saranno delle madri amorevoli, impeccabili, soddisfatte. Bisogna liberare le donne da quella maledetta gabbia dorata, dal peso dell’aspettativa sociale – vantaggiosa in primis agli uomini al controllo – e smantellare quell’altare votivo dove posa la moderna dea della fertilità.

Fare figli è un impegno che ancora oggi pesa maggiormente sulle spalle della madre, anche quando entrambi i genitori decidono in egual misura di avere un figlio.

Certo, se diventare madre combaciasse con il conservare un lavoro pagato equamente e con orari umani, avere accesso a servizi sociali a costi abbordabili, congedi parentali per entrambi i genitori e vissuti senza spregio dalla società e dai colleghi uomini, è probabile che di madri pentite ce ne sarebbero molto meno.
Perché a quel punto essere madre sarebbe un valore aggiunto e non la sottrazione a qualcosa di altrettanto importante come la propria soddisfazione personale.

Ma se oggi, nel 2017, stiamo ancora parlando delle stesse problematiche a cui non seguono risultati concreti, sia socialmente ed economicamente ma soprattutto culturalmente, vuol dire che la strada da percorrere è ancora un pantano sul quale camminare a testa bassa.