di Eugenio D’Auria *

Nel giro di pochi giorni la partita siriana, da banco di prova per una rinnovata intesa fra Usa e Russia, si è trasformata in un duro confronto, al punto da indurre molti opinionisti ad ipotizzare il ritorno alla Guerra Fredda. Il vertice G7 di Taormina, che avrebbe potuto vedere Putin sedere di nuovo fra i Grandi, vedrà probabilmente all’ordine del giorno nuove sanzioni contro Mosca.

Si potrebbe addebitare tale inasprimento all’imprevedibilità del Presidente Trump ed all’inesperienza del nucleo di suoi consiglieri. La tematica appare invece molto più complessa, come dimostrato anche dall’inusuale organizzazione di una riunione collaterale al recente incontro dei ministri degli Esteri G7 di Lucca con la partecipazione di rappresentanti di Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e Giordania.

Stando al documento conclusivo, la soluzione del conflitto siriano deve avvenire entro le linee guida fissate dalle intese raggiunte in ambito NU o in incontri regionali. Non sembra peraltro che il Gruppo sia riuscito a trovare un’intesa su un percorso preciso. Si tratta di un generico richiamo a decisioni già adottate, privo peraltro di strumenti coercitivi capaci di indurre le parti ad impegnarsi nella ricerca di un compromesso indispensabile alla stabilizzazione del Paese.

Mentre l’attenzione mediatica si concentra sull’imprevedibilità del Presidente Trump e sui giochi di potere russi, continua il dramma di una nazione che in sei anni di conflitto ha causato centinaia di migliaia di vittime e milioni di rifugiati. Mai come in questo caso appaiono evidenti i limiti del sistema di concertazione internazionale creato alla fine della II Guerra Mondiale: il lavorio delle cancellerie diplomatiche porta in genere ad adottare documenti svuotati di contenuti a causa dei veti contrapposti; l’azione dei rappresentanti delle Nazioni Unite è limitata dalla mancanza di meccanismi adeguati a far sì che le parti chiamate ai tavoli dei negoziati si impegnino nella ricerca di una soluzione senza far ricorso ai rispettivi referenti.

In un tale contesto si avverte ancor più nettamente la debolezza della posizione europea.

L’attenzione dell’opinione pubblica internazionale si affievolisce progressivamente. Si assiste impotenti alla dissoluzione di uno Stato che, pur in presenza di una dittatura ferrea, costituiva un modello di convivenza per le molteplici comunità del mosaico siriano.

Il vuoto determinato dal crollo delle strutture statuali siriane provoca la progressiva crescita delle tensioni nelle aree vicine; non a caso in Turchia e nell’area del Golfo si registrano fibrillazioni che non lasciano presagire nulla di positivo. I cambi di alleanza con questo o quel gruppo di opposizione al regime di Assad e le forniture di armi che affluiscono nell’area, sono segnali evidenti della volontà di molti degli attori in gioco di continuare a perseguire agende individuali e di trascurare gli interessi del popolo siriano.

Gli unici organismi capaci di tracciare un percorso che salvaguardi l’unitarietà del Paese in un quadro di autonomie e democrazia sono le Nazioni Unite e l’Unione Europea. Il Segretario Generale Antonio Guterres ha il profilo giusto e l’interesse a caratterizzare il suo ruolo al fine di rendere l’organismo più assertivo e meno dipendente dai cinque membri permanenti: puntando sulle contrapposizioni ed i veti reciproci può favorire l’elaborazione di una piattaforma capace di raccogliere il consenso di gran parte dei movimenti attivi in Siria, emarginando al tempo stesso i gruppi più compromessi con il terrorismo. Perché una tale iniziativa abbia successo è necessario che venga condotta un’intesa con l’unico organismo che ha la capacità e gli strumenti adatti a tale compito: la Ue.

Anche Bruxelles ha interesse a rafforzare il suo ruolo. La Vice Presidente della Commissione può mirare a far convergere intorno alle proprie proposte il sostegno di quei Paesi membri che rifuggono da interventi militari classici, privilegiando invece l’assistenza alla società civile e le missioni di mantenimento della pace. L’avvio della Brexit dovrebbe rendere meno difficile tale compito, con la sola Francia ad inseguire sogni di grandezza imperiale.

I segnali di perturbazione all’orizzonte sono numerosi. È quindi il caso che quanti hanno responsabilità di rilievo nel settore provino a far prevalere i loro riferimenti ideali senza concessioni alla ragion di Stato. Ripetere a distanza interventi che richiamerebbero l’Accordo SykesPicot, segnalerebbe un peggioramento delle regole di convivenza internazionale. Ricordare quanto previsto dall’art. 2, comma 4 della Carta delle Nazioni Unite può far sorridere molti mentre dovrebbe invece stimolare reazioni significative verso coloro che contravvengono a tali principi: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”.

* già ambasciatore in Arabia Saudita