Correva l’anno 2010, sette anni fa nel mese di aprile, Abu Bakr Al Baghdadi diventava emiro dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante fino a giugno 2014. I marines lo avevano arrestato in precedenza e rinchiuso a Camp Bucca. Il campo era stato intitolato alla memoria di Ronald Bucca, vigile del fuoco ucciso l’11 settembre 2001 durante l’attacco alle Torri Gemelle. Durante il periodo di detenzione di Al Baghdadi, non c’erano stati segnali sulla sua pericolosità, tanto che non era neanche stato assegnato al compound dove erano tenuti i jihadisti più feroci. A dichiararlo alcuni vertici militari americani. Eppure per catturare Al Baghdadi c’erano voluti numerosi sforzi e il sacrificio di diversi soldati. Gli avevano messo addirittura una taglia.

Nato a Samarra, Al Baghdadi era divenuto un predicatore jihadista radicale, ben noto per la sua brutalità e il passatempo preferito per le esecuzioni pubbliche. Insomma il “classico bravo ragazzo” che venne arrestato dalle truppe statunitensi e rinchiuso a Camp Bucca ma non nel settore per i detenuti pericolosi. Nel 2009 al-Baghdadi venne trasferito in un altro campo di detenzione per poi essere liberato o aiutato ad evadere.

Da allora di strada ne ha fatta per divenire guida dell’Isis, una vera e propria organizzazione terroristica il cui obiettivo finale è ancora molto incerto anche se non mancano dei “segnali”. Di solito al terrorismo fanno ricorso gruppi isolati della società rispetto ad esempio alla guerriglia che ha una funzione ben più strategica per rovesciare regimi dittatoriali in primis. L’organizzazione della guerriglia richiede tempo e condizione favorevoli mentre quella degli atti terroristici comporta tempi molto ridotti.

La strategia del terrore negli ultimi tempi ha investito diverse città europee: Nizza, Berlino, Londra e infine Stoccolma. Dall’utilizzo dei camion fino ai Suv. Tutto ciò ha un nome ben preciso: car intifada. Macchine o camion a tutta velocità vengono lanciati sui civili o sui soldati. La campagna più famosa è stata intitolata Daes, che si traduce con “investire“. Daes è anche un riferimento a Daesh, l’acronimo in arabo di Isis. Le campagne online sono cominciate con le vignette che istigavano i palestinesi a utilizzare i loro mezzi di trasporto per uccidere gli israeliani: una vignetta raffigura un bambino con in testa la fascia verde di Hamas e al volante di un’auto. Tutto ciò ha avuto una diffusione virale soprattutto sui social network con effetto emulativo. Qualcosa che va oltre le tattiche utilizzate in passato come attentati dinamitardi suicidi, attentati a mezzi pubblici, rapimenti ed esecuzioni.

Insomma una nuova strategia per colpire gente innocente. Non è sicura neanche l’Italia, finora risparmiata dalla furia attentatrice. Nel nostro belpaese non c’è un forte tessuto jihadista rispetto ad altri paesi europei. Esistono comunque delle cellule ma non ci sono grandi aree di reclutamento per l’Isis. Il numero di combattenti stranieri che l’Isis è riuscito a reclutare in Italia nel corso degli ultimi due anni è notevolmente inferiore rispetto ad altri paesi europei. La Francia ha visto ad esempio 1.000 cittadini fuggire ed arruolarsi con l’Isis, il Belgio 800 – ma in Italia, poco più di 60 persone sono accusate di aver aderito a Daesh dal 2013.

Di sicuro l’impiego del terrore come mezzo difficilmente determina cambiamenti del sistema politico, come invece avviene in caso di successo della guerriglia. Per questo motivo non c’è mai stata una evoluzione dell’Isis che nonostante sia in calo tenta di far sentire “la sua voce” seppure indebolita. Rispetto all’escalation di attentati c’è un indebolimento della struttura corroborata dalla mancata o inesistente pianificazione futura.