Il giallo di Avetrana diventa un docufiction prodotto da Mediaset per Terzo Indizio, il programma condotto da Barbara De Rossi, che va in onda ogni martedì, in prima serata, su Rete Quattro. In questi giorni a Manduria si girano le prime scene che vogliono raccontare uno dei delitti che più hanno scosso l’opinione pubblica negli ultimi anni. Un omicidio analizzato in ogni dettaglio sui mass media ben prima di approdare nelle aule di giustizia. Ricostruito più e più volte. Come sempre più spesso accade con i casi di cronaca che, per un motivo o per l’altro, attirano l’attenzione del pubblico. Raccontati non solo dai telegiornali o da trasmissioni che si occupano specificamente di cronaca, ma anche da molti programmi di intrattenimento. Che ne forniscono anche i particolari più macabri. Cosa che, solo pochi mesi fa, ha spinto Fiorello a rivolgere un appello dalla sua pagina Facebook ai vertici delle principali televisioni italiane, chiedendo di porre un freno alla cronaca nera nei programmi mattutini e pomeridiani e lanciando l’allarme su “possibili spiriti di emulazione“. Ilfattoquotidiano.it ha chiesto una riflessione al massmediologo Giorgio Simonelli, per capire da cosa dipende questo continuo utilizzo della cronaca nera nei più disparati programmi tv e quali effetti possa avere. “Più lo spirito di emulazione, il rischio è il rincoglionimento del pubblico” spiega l’esperto.

IL GIALLO DI AVETRANA A TERZO INDIZIO – A febbraio la Corte di Cassazione ha confermato l’ergastolo per Sabrina Misseri e Cosima Serrano per l’omicidio di Sarah Scazzi. Come riporta Il Messaggero la vicenda sarà al centro un documentario prodotto per Terzo Indizio, programma che si occupa dei casi che hanno già attraversato i tre gradi di giudizio, arrivando a sentenze definitive. Gli attori che interpreteranno i protagonisti – dalla vittima, alla cugina Sabrina, da Cosima Serrano a ‘zio Michele’ – saranno attori del posto. Sarah sarà la giovane Giulia Distratis, di Manduria. Per le riprese è stata anche scelta una casa con caratteristiche strutturali simili a quelle di villa Misseri, in via Grazia Deledda, ad Avetrana. Diventata soprattutto nei mesi successivi alla morte delle ragazzina persino macabra meta turistica. Una famiglia del posto si è resa disponibile a trasformare per cinque giorni la propria abitazione, alla periferia di Manduria, nel set del documentario. Gli ingredienti ci sono tutti.

PERCHE’ LA NERA HA INVASO I PALINSESTI – D’altro canto è da tempo che la cronaca nera ha invaso i palinsesti. Tanto da spingere Fiorello a lanciare un appello ai vertici delle tv generaliste. “Tutti i pomeriggi vengono scandagliati i casi di cronaca nera su cui ci si fanno le trasmissioni, ore a parlare dei particolari più macabri… è possibile intervenire, cari vertici, ed eliminare questi casi dai programmi pomeridiani e mattutini?” aveva chiesto lo showman, secondo cui la cronaca va raccontata dai telegiornali. Invece in Italia sono anni che le reti puntano alla nera. Da cosa dipende? “Da una tendenza, una moda – spiega a ilfattoquotidiano.it Giorgio Simonelli – perché si è scoperto un filone che rende e si andrà avanti fino a quando la gente non si stuferà. Il pubblico ama le conferme, più delle novità e sul breve termine tende ad ‘abboffarsi’ per poi fare indigestione e arrivare al rifiuto”. È solo questo il motivo del moltiplicarsi di questi programmi? Si parte da quelli di attualità che non di rado dedicano intere puntate ai casi più seguiti dall’opinione pubblica, come Porta a Porta o Matrix e si prosegue con quelli nati proprio come approfondimento giornalistico ai casi di cronaca, come Quarto Grado. Poi ci sono le trasmissioni in cui le storie vengono ricostruite anche attraverso docufiction, come Amore criminale e Terzo indizio. Discorso a parte per Chi l’ha visto?, nato e percepito dai telespettatori proprio per la sua specifica funzione di servizio pubblico.

A questo panorama si aggiungono i programmi che dovrebbero avere, invece, una mission di intrattenimento, ma che oggi puntano a raccontare in ogni minimo dettaglio la cronaca nera. Con interviste a questo o quell’amico della vittima (o del presunto killer), collegamenti da ospedali, teatri dei delitti e via dicendo. “La nera vince anche sugli amori di Albano, perché vale sempre la regola che, se c’è un incidente, chi si trova nella corsia opposta rallenta per guardare cosa è successo – spiega il massmediologo – e perché scattano due meccanismi opposti. Da un lato si guarda una trasmissione che racconta un delitto pensando che sono fatti che possono accadere a tutti, dall’altro perché sono vicende ‘che a me non capiteranno mai’, in questo senso come una forma di distrazione”. Dal punto di vista delle tv, invece, il discorso è molto semplice: “Sono prodotti che costano poco e hanno una garanzia di audience. Basta imbastire un talk e organizzare una chiacchierata con ruoli fissi, ospitando il criminologo, lo psicologo, l’avvocato, magari anche il personaggio sopra le righe e il gioco è fatto”. Di più: “C’è gente disposta a pagare per partecipare e c’è chi, come i legali ad esempio, possono anche utilizzare l’occasione di visibilità per rafforzare la posizione del proprio cliente”.

GLI EFFETTI – Simonelli non crede che guardare questi programmi possa portare a emulare comportamenti così gravi, “almeno in persone sane di mente”. “Credo di più all’emulazione del consumo – aggiunge – e agli effetti negativi sul pubblico di trasmissioni che introducono una maniera di raccontare la vita”. Trasmissioni che “creano un modello di percezione della realtà, proponendo uno schema fisso nel raccontare i delitti che è il contrario di ciò che dovrebbe fare il giornalismo, ossia un’indagine con la quale si spiegano i fatti”. C’è da dire che ci sono programmi e programmi. “Mi è capitato di recente – racconta l’esperto – di vedere in onda su Sky Ignoto I, il documentario sull’omicidio di Yara Gambirasio e sulle successive indagini e l’ho trovato un prodotto eccellente. Dunque il problema non è l’oggetto, ma come ci si occupa delle cose”. Di cosa preoccuparsi? “Della superficialità, della non conoscenza dei fatti, della recita e della creazione degli stereotipi, perché il vero pericolo è il rincoglionimento del pubblico”.