La Lega Nord va a congresso il prossimo 21 maggio e celebrerà le primarie una settimana prima, il 14. Matteo Salvini (alla guida del partito dal dicembre del 2013) insegue una rielezione non così scontata come si potrebbe pensare. Al segretario farebbe comodo una riconferma di peso: un voto congressuale che possa legittimarne il progetto politico, consegnandogli il gettone decisivo da giocarsi per la partita della vita: la candidatura a premier, alla guida di un fronte nazionale, sovranista e anti-europeista, capace di raccogliere voti tanto al nord quanto al sud. Un progetto che Salvini sta inseguendo da anni (in barba alla storia e alla tradizione del partito) tanto da passare in poco tempo da: “Napoli merda, Napoli colera” a “Napoli è casa mia”. Per il compimento del progetto il segretario necessita di ulteriori e sostanziali passaggi: oggi il consenso elettorale non basta più (i ritmi di crescita e i sondaggi degli anni scorsi sono ormai un ricordo) e per continuare a dare forma al disegno salviniano serve la legittimazione del congresso. E congresso sia.

Era stato annunciato una settimana fa come un “congresso soft”, con un unico candidato. Una prospettiva blindata da regole blindate. Ma nei giorni scorsi dalle stanze di via Bellerio era trapelata la bozza di regolamento congressuale che aveva fatto rizzare il pelo alla fronda nordista anti-Salvini. Regole capestro che avrebbero consegnato al vincitore una maggioranza bulgara, azzerando qualunque possibilità di confronto interno. Come se non bastasse i parametri ipotizzati per la raccolta delle firme necessarie alla candidatura rendevano di fatto impossibile, per gli sfidanti, il raggiungimento della soglia di mille firme.

L’ipotesi di un congresso con Matteo Salvini candidato unico sembrerebbe essere stata scongiurata dal consiglio federale di lunedì 10 aprile. Nel corso della riunione del principale organo del partito sono state accolte alcune delle modifiche chieste dagli aspiranti sfidanti, riaprendo di fatto la partita. Il regolamento è stato approvato con un solo voto contrario: quello del presidente Umberto Bossi. Il vecchio leader è stato l’unico a mantenere il punto sull’anti-democraticità delle regole, tanto da scatenare l’ennesimo acceso diverbio con il segretario. 

Il meccanismo approvato dal consiglio federale permetterà agli sfidanti (girano i nomi del deputato bolognese Gian Luca Pini e dell’assessore lombardo all’Agricoltura Gianni Fava) di organizzarsi e di raccogliere le firme necessarie alla candidatura. Le regole adottate prevedono anche maggiori garanzie sul fronte della democrazia interna al partito, assegnando una rappresentanza numericamente più significativa alle liste che usciranno sconfitte dal congresso.

L’ipotesi di un confronto aperto sposta l’asse del dibattito: dal plebiscito sulla figura del leader, alla discussione sulla linea politica. L’idea del partito incarnata da Matteo Salvini non piace a tutti. C’è chi la vede diversamente e non sono solo vecchi arnesi bossiani. C’è un fronte nordista composto da tanti militanti che ancora oggi restano affezionati all’idea della Padania libera e indipendente. Molti leghisti che vedono con favore la figura di un candidato che si faccia portabandiera dei valori storici del partito, che riporti il fulcro dell’azione politica verso Nord. Che torni a combattere il nemico interno (Roma), piuttosto che quello esterno (Bruxelles). Salvini, dal canto suo dichiara che: “Sarà una bellissima occasione di partecipazione, di ascolto, di proposte per il futuro e di democrazia non solo virtuale come per i grillini ma che coinvolgerà migliaia e miglia di persone in carne e ossa”. 16mila, per l’esattezza. Tanti sono i soci ordinari militanti che hanno i requisiti per votare alle primarie del 14 maggio. Saranno loro a decidere se il partito continuerà sulla strada tracciata in questi anni da Matteo Salvini o se il partito tornerà ad arroccarsi a nord del Po.