A Napoli la strada che da via Brecce sant’Erasmo sale verso via del Riposo è sconnessa e tortuosa. Cinque chilometri che dal mare si inerpicano all’interno, fino ad arrivare al cimitero, a poche centinaia di metri dall’Aeroporto internazionale di Napoli. Cinque chilometri che, percorsi alla vigilia della Giornata internazionale dei Diritti dei Rom, per 27 famiglie rom hanno un sapore amaro.

L’8 aprile in tutto il mondo si celebra il Romano Dives, la Giornata internazionale dei Diritti dei Rom: da Siviglia a Bucarest, passando per Parigi e Berlino si organizzano feste, eventi culturali, dibattiti, convegni. In Italia niente di tutto ciò. Nel nostro Paese sono 28.000 i rom in emergenza abitativa e per ricordarci di loro le autorità organizzano spesso, più o meno consapevolmente, in prossimità di quella data solo sgomberi forzati o inaugurazione di nuovi “campi”. L’anno scorso era toccato a Roma che proprio in questi giorni aveva toccato il picco degli sgomberi forzati.

Nel 2016 è stata la volta della città partenopea che il 7 aprile, alle vigilia di una Giornata dedicata ai Diritti della prima minoranza in Europa, ha deciso di “celebrare” la chiusura del più grande insediamento informale italiano in via Brecce e la contemporanea apertura di un nuovo “campo” per soli rom in Via del Riposo. Lo sgombero da via Brecce ha coinvolto 1.300 soggetti, mentre l’apertura del campo appena 27 famiglie che il 7 aprile hanno dovuto percorrere l’itinerario che, dal vecchio insediamento, li ha condotti fino al nuovo ghetto di via del Riposo, costato più di mezzo milione di euro per comprimere famiglie di sei persone in container da 21 metri quadrati.

La mappatura degli insediamenti rom che è stata presentata in Senato il 7 aprile, alla vigilia della Giornata da Associazione 21 luglio (scarica il rapporto 2016), unita a un’approfondita analisi delle politiche organizzate dalle autorità locali, aiuta a comprendere quanto accaduto a Napoli (qui il rapporto 2015).

Nel 2020 si chiude il ciclo temporale di azione della Strategia nazionale per l’inclusione dei Rom con cui l’Italia, davanti all’Europa si è impegnata, a superare i mega-insediamenti mono etnici. Malgrado le promesse formulate e i numerosi richiami espressi da organismi internazionali – dalla Commissione europea ai diversi Comitati delle Nazioni unite – i ritardi accumulati rendono l’obiettivo una chimera. Dal 2012 a oggi sono più di 30 i milioni di euro che le autorità locali hanno destinato alla progettazione e alla realizzazione di nuovi insediamenti per soli rom, una cifra sicuramente maggiore di quella impegnata per progetti di inclusione sociale. Il rapporto tra i due assi di intervento lo si scopre sempre a Napoli. Negli stessi mesi in cui la giunta De Magistris ha disposto un aiuto per l’inclusione abitativa per una trentina di famiglie rom, per un importo a nucleo di circa 3.000 euro, la medesima amministrazione ha realizzato un insediamento per 27 nuclei familiari per un costo a famiglia superiore ai 20.000 euro. Si potrebbe concludere che a Napoli segregare costa almeno sette volte più che includere.

Sempre secondo la mappatura di Associazione 21 luglio, quando parliamo di rom e sinti in emergenza abitativa ci riferiamo a una comunità che non supera lo 0,05% della popolazione totale. Un’inezia se pensiamo che la metà delle persone sono bambini con un’aspettativa di vita di 10 anni inferiore a quella dei coetanei che vivono in abitazioni convenzionali. Sono 88 i Comuni italiani che perseverano nella “politica dei campi” che si concretizza nei 149 insediamenti formali presenti sul territorio e che fanno della Penisola il “Paese dei campi”. Campi che sono non luoghi, spazi di sospensione dei diritti e buchi neri che ingoiano denaro pubblico.

Buchi neri che idealmente richiamano i vuoti mentali di alcune teste chiamate ad amministrare le nostre città. Conoscenza approssimata del fenomeno, spazi – talvolta ampi come praterie – di pregiudizi e stereotipi, mancanza di strumenti volti ad individuare soluzioni, arroganza e assenza di consultazione: sono questi i tratti salienti di chi, al di là del colore politico è chiamato, oggi come ieri, a governare il fenomeno.

E così ogni volta, dopo l’ennesima tornata elettorale, sembra di tornare alla casella iniziale con il rivedere gli stessi errori e preannunciare fallimenti scontati. Ormai gli addetti ai lavori ne sono sempre più convinti: in Italia il vero problema non sono i campi rom. Lo sono piuttosto quanti sono chiamati a dare risposte. Dobbiamo riconoscerlo: la colpa ricade quasi unicamente su una politica immatura, colpevole di ignoranza e terribilmente sicura di stare sempre dalla parte della ragione. Anche quando segregare costa più che includere.