I 59 missili Tomahawk lanciati poco dopo le due del mattino dai cacciatorpediniere Uss Porter e Uss Ross, in navigazione nel Mediterraneo orientale, contro la base aerea di Shayrat in Siria sono la punizione al regime del presidente al-Assad per i bambini e i civili uccisi nell’attacco chimico di martedì scorso nella provincia di Idlib, nel nord-ovest del Paese: c’è quasi una proporzionalità tra il numero dei missili scagliati e quello delle vittime dell’attacco di martedì

E sono la prima applicazione sulla scena internazionale della politica muscolare del presidente Trump, che, in 72 ore, ha rovesciato la propria posizione sulla Siria – da “affari loro” all’interventismo unilaterale -, creato una linea di frattura fra Usa e Russia, violato ogni legalità internazionale, senza peraltro avvicinare a una soluzione l’intreccio di crisi nel Medio Oriente.

 

Per il Pentagono, l’azione ha “ridotto la capacità del governo siriano di utilizzare armi chimiche”, “danneggiando o distruggendo velivoli siriani e strutture di supporto e attrezzature”. Per le fonti di Damasco, che denunciano “l’aggressione” subita – e il termine “aggressione” ritorna da Mosca a Teheran -, ci sono state vittime. In quella base, c’era pure personale russo – che sarebbe stato avvertito: una delle circostanze da chiarire.

L’attacco, deciso dal presidente in poche ore, scegliendo fra tre alternative offertegli dai militari, e condotto mentre Trump cenava con il presidente cinese Xi Jinping e signore nella sua lussuosa tenuta di Mar-a-Lago in Florida, non ha legittimità dal punto di vista del diritto internazionale, ma si configura pure come una reazione all’inazione internazionale: per il veto della Russia, l’Onu non è ancora riuscita neppure ad esprimere una condanna di quanto è avvenuto. E Trump ha voluto, in chiave interna, mettere una distanza tra sé e il suo predecessore Barack Obama, che nel 2013 lasciò impunemente violare in Siria la linea rossa delle armi chimiche.


Trump ha affermato che l’attacco è stato condotto nell’interesse della sicurezza degli Stati Uniti; ha evocato le immagini dei bambini vittime dell’attacco chimico; ha invitato “i paesi civilizzati” a mettere fine al bagno di sangue in Siria che va avanti da sei anni; ha invocato la benedizione divina sull’America e sul mondo intero, che ne ha davvero bisogno.

Ma non è affatto certo, e neppure probabile, che un attacco del genere, a parte soddisfare alcune istanze presenti un po’ ovunque da “occhio per occhio, dente per dente” e da sceriffo del deserto, abbia conseguenze positive su scala mondiale e neppure nel Medio Oriente, oltre che allontanare le prospettive di un migliore rapporto tra Usa e Russia.

Il maggiore Jamil al-Saleh, un comandante dei ribelli d’opposizione siriani nella città di Hama spera che l’attacco sia un “punto di svolta”: illusa del sostegno americano, l’opposizione sarà ancora meno incline a negoziare. Mentre Washington, battuto il suo colpo, e distratta un po’ l’opinione pubblica nazionale dalle beghe interne, che girano tutte storte per l’Amministrazione, tornerà a interessarsi poco della Siria.

Negli Stati Uniti sale la consueta ondata di solidarietà nazionale che s’alza quando “il Paese è in guerra”. Ma se lo speaker della Camera Paul Ryan e il senatore John McCain approvano, deputati e senatori, anche repubblicani, avvertono che il presidente deve consultare il Congresso, se vuole impegnarsi in un conflitto.

Finiscono per suonare a favore di Trump anche le parole pronunciate, prima dell’attacco, e sicuramente all’oscuro di esso, da Hillary Clinton: “Da segretario di Stato appoggiavo un’azione più aggressiva sulla Siria”. Parlando a un incontro sulle donne a New York, l’ex first lady, antagonista di Trump per la Casa Bianca, ha spiegato che, nei primi quattro anni di Obama, quand’era appunto segretario di Stato, aveva elaborato un piano per essere più aggressivi contro la Siria, che ”dispone di una forza aerea che è la causa di molte morti civili”. Trump non aveva bisogno dell’avallo di Hillary. Ma averlo in tasca non deve dispiacergli.