FIRENZE – Se Scimone e Sframeli sono gli autori/attori italiani più “beckettiani”, Fausto Paravidino è certamente quello più “pinteriano”. Le atmosfere british, quel sogno che declina velocemente in incubo, quel leggero fondale, sottile sarcasmo che può trascendere pericolosamente e repentinamente in tragedia, quello spiccato, ma pennellato, sempre misurato gusto per il torbido inquietante, ammantato da una patina borghese, da quella salsa marmellata di verniciata di buone maniere.

Le ambientazioni aprono a scenari tanto familiari e commestibili, maneggevoli e malleabili, consueti e consuetudinari, abitudinari e morbidi, ma che celano l’altra faccia della medaglia, l’ambiguo, il non detto, le pareti che occludono e che soffocano claustrofobicamente e quelle stesse mura troppo poco spesse e dalle quali escono odori e suoni, voci e gemiti, urla e bestemmie, il drastico, la noia della convivenza.

I suoi colori potrebbero essere dei pastelli hopperiani; la paura che striscia in questo conformismo, impercettibile e pur così tangibile, scivolosa e compatta nella sua invadenza, il panico dell’esterno, dello sconosciuto, dell’altro diverso da noi, di tutto ciò che rimane fuori, chiuso oltre quella porta che fa da tramite e frontiera, ponte levatoio e fortezza per difendersi e barricarsi.

I vicini (spettacolo andato in scena al Teatro Florida di Firenze il 30 marzo e prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano) ha un testo fluido di chiaroscuri e ombre che, appena sembrano dipanarsi, si impantanano in altre nebbie da fendere. Quando la soluzione dialettica (in questo, l’autore genovese è un abile narratore da interni “alla francese”) pare a portata di mano, lì pronta ad essere colta, la comodità della tana si rivela nel suo fastidio di oppressione e clausura.

Si gioca tutto in un salotto – grigie le mura, così il divano e le tazze – dove prima la coppia protagonista (lo stesso Paravidino deliziosamente tra Luttazzi, Woody Allen e Paperino, e Iris Fusetti carismatica), poi nelle intromissioni e dinamiche con i nuovi vicini, marito brusco (Davide Lorino impattante) e moglie espansiva (Sara Putignano, molto più che astro nascente della recitazione al femminile), si alternano sul doppio binario del conscio e dell’inconscio più che del sogno e dell’incubo.

L’insicurezza regna e aleggia come una cappa di smog, avvolgendo la stanza e le persone che la abitano. Metaforici i rapporti che intercorrono tra i ruoli: un uomo dagli atteggiamenti infantili perennemente in pigiama che non esce più di casa, pare un hikikomori (così vengono definiti i ragazzi giapponesi che decidono di restare murati in camera propria, connessi al web) fuori tempo massimo, forse depresso o licenziato non ricollocabile, un vicino di casa vichingo dalle maniere rudi.

Un desiderio che niente cambi, che tutto rimanga così com’è, senza crescita, senza futuro, tutto imperturbabile ma sicuro e riconoscibile, consolatorio e senza scossoni, ma anche una voglia folle di farsi scompigliare i capelli da quel vento che arriva potente ad aprire la finestra con la forza del cambiamento.

I vicini sono più che altro presenze pirandelliane o proiezioni della loro mente, sono le loro coscienze che finalmente parlano, scuotendoli, svegliandoli dal torpore nel quale erano caduti. Una scrittura carveriana, che brulica, frigge e scortica, ora meditativa, ora con slanci violenti, supportata dalla veemenza degli intermezzi musicali (Enrico Melozzi) fondamentali a creare un pathos umido e solido, stuzzicata dalle luci (Lorenzo Carlucci) a sezionare i momenti di passaggio, crepitii e rimescolamenti.

La minaccia non è esteriore ma intima e personale e alloggia tra le nostre costole, sotto lo sterno, nel nostro ipotalamo, nel cervelletto. Si percepiscono il pericolo e il rischio, più psicologici che reali (si rintracciano echi da Shining, bisbigli da La casa degli spiriti della Allende, strascichi da Caché di Haneke, fruscii da Il nascondiglio di Pupi Avati) che rimangono perennemente en suspens, plasmando un’angoscia e un timore diffuso che la propensione per l’ironia salace di Paravidino riesce a mitigare, tenendo comunque sempre teso l’equilibrio tra abisso e vertigine.

Vero e falso si (con)fondono in una osmosi sospesa dove il tempo fugge, il trasognante prende corpo e i due se ne stanno dentro, ostaggi di loro stessi, come i pesci in un acquario, a sentire i colpi ovattati che arrivano a battere da fuori.