L’attacco chimico, attribuito alle milizie del presidente siriano Bashar al- Assad a Khan Sheikhun nella provincia di Idlib, è costato la vita sinora a 72 persone (37 fra donne e bambini), oltre ad alcune centinaia di intossicati. E’ l’ulteriore tappa di sangue di una guerra civile che insanguina la Siria dal novembre del 2011, un contesto bellico dove obiettivi militari e obiettivi economici finiscono per coincidere. Idlib – come Homs e Deir Ezzor – è rimasta un’area controllata dall’Isis.

Le armi chimiche sono state bandite dalla Convenzione di Parigi del 1993 (entrata in vigore nel 1997) che ne impedisce il deposito, la fabbricazione e l’uso stabilendo iter di controlli preventivi. La convenzione è rimasta lettera morta per la Siria di Assad, basti ricordare l’attacco chimico di Ghuta, nella zona sud – est di Damasco controllata dall’opposizione, avvenuto il 21 agosto 2013. Il computo delle vittime non è mai stato accertato con precisione: 281 morti secondo la stima più bassa, 1.729 secondo le organizzazioni umanitarie. Allora come oggi, il gas usato è il sarin, un gas nervino scoperto dalla Ig Farben (l’industria tedesca che ha realizzato i gas di Auschwitz) che colpisce il sistema nervoso e porta alla morte per soffocamento e spasmi. Si è trattato del più grave attacco chimico dal 1988, quando il dittatore iracheno Saddam Hussein colpì i curdi ad Halabia, causando la morte di almeno 5.000 persone.

Dopo Ghuta, in Siria, ci sono stati altri attacchi chimici da parte delle forze governative nel 2015 e nel 2016 con lancio di bombe al cloro (a basso costo e di facile realizzazione), non letali come il sarin, ma in ogni caso armi proibite.

Un crimine contro l’umanità è stato definito, quest’ultimo attacco di aprile, dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per l’Unione europea si tratta di un crimine inaccettabile. Come mai, nonostante i precedenti, Assad è riuscito a conservare la presidenza sino ad ora? Il rapporto dell’Onu, stilato nel settembre 2013 dopo la strage di Ghuta, certifica l’impiego di armi chimiche, ma non indica chi ne sia stato l’autore. Dinanzi alle pressioni internazionali, il presidente siriano Assad ha consegnato un consistente arsenale chimico, ma si potrebbe supporre che non siano state rimesse tutte le dotazioni, trattandosi anche di armi facilmente occultabili.

Il regime siriano ha smentito allora, come nega oggi, l’uso di armi chimiche. Su quest’ultimo attacco, il governo siriano ha addotto la giustificazione che sia stato colpito dall’aviazione un deposito di armi chimiche in mano ai ribelli. La Russia, grande protettrice di Assad, avvalora questa versione. Se Assad ha conservato il suo posto lo deve innanzitutto a Putin, ma la guerra civile siriana è, all’interno e all’esterno dei suoi confini, un complicato coacervo di interessi e schieramenti che minano le intenzioni punitive della comunità internazionale.

L’Isis non è che uno degli attori in campo (e una giustificazione indiretta per fare accettare anche gli atti più riprovevoli) di un’opposizione anti Assad profondamente divisa tra islamisti, jihadisti ed esercito libero siriano, formazione che vorrebbe rappresentare l’area civile dei primi manifestanti della primavera siriana del 2011 e che si è ingrossato con le defezioni di una parte delle forze governative.

L’area mediorientale è attraversata da un sotterraneo conflitto tra Iran (pro Assad) e Arabia Saudita interessata invece ad accrescere il ruolo dei musulmani sunniti. Affiancano il governo di Damasco, i libanesi sciiti di Hezbollah – collegati alla milizia filo iraniana di al-Jaysh al-Sha’bi -, gli afghani sciiti e i curdi, a loro volta bombardati dalla Turchia. Poi c’è l’Occidente: contro l’Isis, ma anche contro Assad. Fuori dalla Siria, questo conflitto sta ridefinendo la carta geopolitica dell’area, in una evidente contrapposizione tra sciiti e sunniti che sta minando anche la stabilità del Libano.

Dentro a questi intrecci che appaiono inestricabili, l’attacco di Idlib potrebbe rimanere inaccettabile soltanto a parole, con il rischio di assistere a nuove stragi. L’aspetto ancora più grave, che ormai passa sottotraccia, sono le quotidiane vessazioni contro la popolazione da parte di formazioni armate, compiute dall’Isis come dalle milizie filogovernative, fra queste Shabiha, responsabile di saccheggi e violazioni di diritti umani alla quale il governo di Damasco garantisce l’impunità.

Non serve soltanto punire l’attacco di Idlib quando si è di fronte a una guerra che ha provocato, al momento, almeno 300.000 morti, costringendo oltre 11.600.000 persone ad abbandonare le proprie case.