Cominciano ad aprirsi le maglie o meglio le gabbie della grande ipocrisia: non è ancora il momento di liberalizzare le droghe leggere come i Radicali vogliono da anni ma, forse, qualche passo in avanti comincia a farsi.

A Genova un uomo è stato assolto perché la perizia ha dimostrato che la marijuana che deteneva non era finalizzata allo spaccio, ma a fini terapeutici, seppure senza prescrizioni mediche. Alleviava il dolore derivante da psoriasi, così consentendogli di dormire, almeno qualche ora. Non risultano precedenti nella giurisprudenza italiana. L’uomo non si è dichiarato tossicodipendente e dunque non deve neppure seguire le terapie del Sert che consentono a coloro che prendono una condanna al di sotto dei sei anni di non essere costretti ad andare in carcere.

Quell’uomo potrà continuare a vivere e convivere con la sua patologia. Le campagne antiproibizioniste certamente ottengono un grande riconoscimento. Certamente il “format proibizionista”, secondo cui chi fa uso di droghe leggere è un “tossico” e, specialmente, è destinato a “passare ad altro” sta segnando il passo. Da avvocato e studioso del diritto ritengo che questo comporti un altro passo avanti: rompe con la dicotomia ormai classica tra spacciatore e tossicodipendente. L’uno confinato nel carcere e l’altro confinato nell’etichettamento da reietto.

Sono sempre di più i Paesi che alleggeriscono, sino alla sua depenalizzazione, l’uso di droghe leggere. L’Italia è chiamata a questa istanza di civiltà e oggi è arrivato il momento decisivo. Usualmente a questo argomento si risponde asserendo, con energico sdegno, che coloro che fanno uso di droghe, anche leggere, possono essere causa di gravi pregiudizi verso la collettività. Si pensi all’utilizzo di automobili. Certo, è vero. Ma la questione non è dissimile per l’alcool e la legislazione ha risolto, severamente, la questione.

Credo che il mantenimento in vigore della legislazione penale punitiva per chi fa uso di droghe leggere sia un ipocrita feticcio neppure più giustificabile con l’altrettanto banale e costante modo di dire che “in Italia governa il Vaticano”. In Italia governa un potere ancora più codino e reazionario: l’assenza di coraggio, verso tutto e, specialmente, verso l’espressione delle libertà e la necessità di abbattere i  dogmatismi. La legislazione sulle droghe ne è la prova tanto quanto quella sul “fine vita”. Salvo cospargere di ipocriti peana i media non appena qualche povero malato senza speranze deve trovare la soluzione di vita-non vita “fai da te”. Vedi l’uomo di Genova che sopravvive al dolore con la “maria” o dj Fabo che è costretto a emigrare in Svizzera e morire lontano da casa.