di Carblogger

Nel weekend ho coinvolto per la prova di un’auto – una Volvo V90 con di serie il sistema di assistenza alla guida semiautonoma – mio figlio più grande, un patentato che all’età di 16 anni già mi illuminò (dietro richiesta di un due ruote): “A noi ragazzi interessa la mobilità, non la macchina”.

Ci sarà sempre da capire che cosa vogliano davvero i giovani e quanto sia concreto il loro disinteresse per le auto, stando a quanto dicono (gli analisti, soprattutto). Però, ho pensato, un piccolo esperimento senza pretesa scientifica mi può aiutare a saperne di più, cosa utilissima facendo questo mestiere.

Porto la Volvo V90 sul raccordo anulare romano, faccio notare a mio figlio con qualche contorsione (causa cinture bene allacciate) l’head up display sul parabrezza che un giorno diventerà uno schermo sofisticato pieno di info, spiego ciò che ho studiato in fatto di sicurezza attiva, poi gli dico: ora ci facciamo guidare da un robot.

“Sei sicuro?”, mi risponde perplesso, ma tempo pochi secondi, il sistema è in funzione. Se ne rende davvero conto appena vede che il volante, da cui ho staccato le mani, ruota da solo seguendo una curva. “Ma così un giorno disimpareremo a guidare, o no?”.

Non è impressionato più di tanto. Provo allora a raccontargli che lo sviluppo dell’auto a guida autonoma sta accelerando più di quanto avessimo immaginato fino a pochi anni fa che poi è la storia delle grandi invenzioni, che l’essere umano sta insegnando all’intelligenza artificiale cosa fare al posto nostro, che un computer sbaglierà meno di noi, che qualcuno certo la fa al solito un po’ troppo semplice per motivi di business, ma che così sarà.

“Interessante”, mi risponde senza tradire emozioni, almeno finché non collega il suo smartphone all’impianto audio via bluetooth, che sulla Volvo in prova è l’opzionale e premiato Bowers&Wilkins da ben 2.520 euro. Nel frattempo nota la luce accesa del blind spot sullo specchietto retrovisore, spiego quanto sia utile, mi torna indietro un “bene, bene”.

Quindi ascolta nota per nota un brano, poi un altro, e finalmente gli scappa una esclamazione, connettendola al dubbio di rinunciare o meno a un suo abbonamento a Spotify e che forse questa storia valeva una diretta Facebook: “Pazzesco! Non ho mai sentito musica a tale qualità in un oggetto in movimento. Questo sì che è futuro!”.

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