di Carlo A. Facile *

Gli ultimi rapporti del ministero del Lavoro in tema di immigrazione e mercato del lavoro risalgono a luglio 2016 e gennaio 2017; in attesa di nuovi aggiornamenti, abbiamo comunque modo di farci un’idea sulla situazione ufficiale.

Gli stranieri extracomunitari regolarmente soggiornanti, in aumento, sono meno del 7% della popolazione residente (8,2% se consideriamo anche gli stranieri comunitari). Il tasso di occupazione fra gli extraeuropei supera il 58%, ma sono per lo più occupati in lavori meno qualificati e con minori retribuzioni rispetto agli italiani, anche per il divario nella preparazione scolastica e professionale.

La distribuzione per fasce di reddito, rispettivamente per i lavoratori italiani e quelli extra Ue, è eloquente: fino a 800,00 €  il 14,1% italiani e il 39% extra Ue; tra  801,00 e 1.200,00 € il 27,1% italiani e il 40,3% extra Ue; tra 1.201,00 e 1.600,00 € il 35,9% italiani e 17,4% extra Ue; tra 1.601,00 e 2.000,00 € il 14,1% italiani e il 2,4% extra Ue.

Dati i numeri, si può ritenere che l’immigrazione non sia un’emergenza alla quale stiamo soccombendo, ma è da un lato una risorsa e, dall’altro, un fenomeno certamente complesso ma gestibile, anche per i flussi di richiedenti asilo monitorati dal ministero dell’Interno; tali flussi hanno sostituito nelle cronache quelli dei decreti annuali, che regolamentano gli ingressi stabilendo le quote per Paese di origine (oggi utilizzati più per il lavoro stagionale o particolarmente qualificato).

Le Commissioni territoriali hanno accolto 29.548 domande nel 2015 e 36.660 nel 2016, alle quali sommare le decisioni positive dei giudici: sono tutte persone che hanno ora il diritto di stare in Italia e che, come accennato, si sostituiscono ai flussi programmati.

Il lavoro, che ha rappresentato e rappresenta lo scopo di ingresso per molti immigrati, è altresì un mezzo di integrazione sociale per quanti giungono da noi in fuga dai loro paesi. Dovrebbe quindi perdere di senso (se mai ne ha avuto) la distinzione politicamente di comodo tra “migranti economici” e “rifugiati”, visto che anche i secondi dovranno procurarsi da vivere nel nostro paese.

Capita, inoltre, che non ci si avveda di come le condizioni di vita nelle zone di provenienza dei migranti siano spesso talmente precarie – e tanto scarse, o nulle, le possibilità di miglioramento – che appare cinico respingerli perché solamente “poveri” e non pure “perseguitati”, o in fuga da un conflitto. È illuminante una decisione del tribunale di Milano che ha concesso un permesso di soggiorno umanitario, senza che vi fossero indici di persecuzione individuale, in favore di un giovane del Gambia, paese tra i più poveri, ritenendo che così si desse applicazione ai principi costituzionali e internazionali sui diritti inviolabili dell’uomo.

Tornando al lavoro come via di integrazione, il sistema non sembra tenere conto della specificità della situazione degli odierni migranti e arranca nel dare attuazione anche agli strumenti che già sono – o dovrebbero essere – predisposti. Il permesso di soggiorno temporaneo rilasciato ai richiedenti asilo, consente loro di svolgere attività lavorativa già prima dell’esito della loro richiesta. Il punto è che si tratta di una massa eterogenea di persone con percorsi individuali diversi, il cui grado di istruzione o formazione professionale può essere sia pressoché inesistente che di livello medio o alto.

Il primo scoglio che non si supera sempre con efficacia è quello linguistico: molte persone pur rimanendo a lungo in attesa di un responso definitivo sul loro status, non conseguono un’adeguata conoscenza dell’italiano e ciò non accade per la cattiva volontà dei diretti interessati, ma anche per la scarsa organizzazione e utilità dei corsi presso taluni centri di accoglienza. È anche difficile individuare o fornire competenze professionali spendibili già nel breve periodo, anche se tanto breve non è: ci sono casi di persone in Italia dal 2014 o inizio 2015, per le quali non si è ancora concluso l’iter relativo al loro diritto a restare da noi e che, nel frattempo, o sono rimaste inattive o hanno reperito solo impieghi precari di piccola manovalanza.

I migranti in attesa vengono anche coinvolti in attività di volontariato e ha suscitato dibattito la norma del cosiddetto decreto legge Minniti (D.L. 13/2017), secondo la quale i prefetti, d’intesa con i Comuni, devono promuovere iniziative utili “all’implementazione dell’impiego di richiedenti protezione internazionale, su base volontaria, in attività di utilità sociale in favore delle collettività locali”. Questa è la risposta scritta dell’esecutivo, rispetto a una situazione di fatto, alla lamentata inattività dei richiedenti asilo nei centri di accoglienza, risposta che si occupa poi di velocizzare le procedure per la concessione della protezione internazionale mortificando le tutele processuali.

Ma il volontariato e i lavori socialmente utili possono soddisfare l’esigenza di integrazione dei migranti e quella di potersi procurare un reddito?

Se il fenomeno migratorio si dimostra per certi aspetti ineludibile, si rende necessario individuare specifici strumenti di inclusione, che permettano di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”, secondo quanto dettato dall’art. 3 della Costituzione, perseguendo così quello che dovrebbe essere anche un nostro interesse, vale a dire vivere in una società aperta che risolve le diseguaglianze e previene in un’ottica di crescita e progresso le cause di malessere collettivo, emarginazione e marginalizzazione.

* Avvocato giuslavorista, mi sono formato ed esercito la professione a Milano. Mi sono dedicato al diritto del lavoro per scelta e ho avuto modo di affrontarlo sia dal punta di vista dei lavoratori che da quello dei datori di lavoro, convinto della sua rilevanza sociale e della diretta ripercussione dei suoi effetti sulla vita e sulle aspettative delle persone.