La Corte dei Conti torna alla carica. E, nel Rapporto 2017 sulla finanza pubblica, auspica ancora una volta che il governo metta mano ai bonus e alle agevolazioni fiscali proliferati negli ultimi anni. L’effetto di questo intervento sarebbe però un aumento del peso delle tasse su alcune categorie. Questo in un Paese che già ha un cuneo fiscale (la differenza tra stipendio netto e costo lordo per l’impresa) “di ben 10 punti” superiore a quello che si registra mediamente nel resto d’Europa: il 49% viene infatti prelevato “a titolo di contributi e di imposte”. Per questo serve, secondo i magistrati contabili, una riforma complessiva che consenta di ridurre la pressione fiscale complessiva. Obiettivo “raggiungibile solo attraverso un ridimensionamento della spesa“. Mentre il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non dovrebbe fare troppo affidamento sulle privatizzazioni, il cui contributo potrà “difficilmente risultare determinante nel breve periodo”. E contro le quali, in questa fase, si sono peraltro schierati i renziani del Pd.

“Sotto spinta della crisi creati molti bonus fiscali” – “Occorrerà stabilire anche se e come rivedere le misure che hanno portato ad un’attenuazione del prelievo su specifiche categorie di contribuenti”, scrivono i magistrati contabili. “In sostanza riconsiderare il ‘doppio binario’ su cui hanno viaggiato negli ultimi anni esigenze generali di un ridisegno del sistema tributario e interventi limitati nella platea dei destinatari (con tax expenditures variamente declinate)”. Negli ultimi dieci anni, sottolinea la Corte, “con l’aggravarsi della crisi economica e dello squilibrio dei conti pubblici, maturava la convinzione di poter ricavare da un riordino delle ‘spese fiscali’ (agevolazioni, esenzioni, regimi e trattamenti di favore) spazi significativi per la politica economica”. Il governo Renzi, infatti, aveva annunciato di volerlo fare. Ma poi “le incertezze circa l’estensione del fenomeno e, soprattutto, la sua dimensione finanziaria, hanno portato a rinviare la sistemazione di questa complessa materia”. Una decisione che determinò le dimissioni dell’allora commissario alla revisione della spesa Roberto Perotti, che era invece favorevole a sfoltire agevolazioni che causano una perdita di gettito di 313 miliardi l’anno.

Anzi, nota la Corte, “proprio sotto la spinta della crisi, hanno trovato spazio numerosi provvedimenti volti a sostenere famiglie (detassazione parziale salari produttività, detrazione della spesa per badanti, detrazioni per spese di ristrutturazione edilizia, per il risparmio energetico e per l’acquisto mobili, abolizione della Tasi..) e imprese (deducibilità Irap ai fini Ires/Irap, detassazione degli investimenti, esenzione Imu sui terreni agricoli e sugli “imbullonati”, abolizione Irap per le imprese agricole…)”.

“Cautela nell’usare proventi incerti per finanziare maggiori spese o riduzioni di entrata certe” – Il corposo rapporto, presentato a meno di una settimana dalla manovrina da 3,4 miliardi e dal varo del Documento di economia e finanza in cui il governo delineerà la politica fiscale del 2018, torna anche ad avvertire che occorre cautela nel fare troppo affidamento sui proventi della lotta all’evasione. Nelle ultime manovre il governo ha previsto un “rilevante contributo” da queste misure, si legge, ma “le difficoltà di verifica in sede di consuntivo inducono cautela nell’utilizzare tali proventi, per loro natura incerti, per finanziare maggiori spese o riduzioni di entrata certe“.

“Contributo delle dismissioni difficilmente determinante” – Quanto al contributo delle dismissioni, “certamente necessario, potrà difficilmente risultare determinante nel breve e medio periodo”, annota la Corte nei giorni in cui il Tesoro sta valutando quali altre quote di aziende pubbliche (compresa forse la Cassa depositi e prestiti) mettere in vendita per fare cassa. Padoan conta di ricavare dalle privatizzazioni oltre 8 miliardi, nonostante lo scorso anno abbia dovuto ammettere il flop e ridurre drasticamente gli obiettivi dichiarati. E deve fare i conti anche con l’opposizione dei renziani del Pd, secondo cui in questa fase si rischia la svendita. La Corte ricorda che “proposte di dismissione di ingenti quote dell’attivo patrimoniale, o al mercato direttamente o a società veicolo, sono state presentate a più riprese, ma non hanno tuttavia trovato una realizzazione concreta, mostrando come sia nella pratica una strada accidentata, per diversi ordini di motivi. Vendere il patrimonio è difficile perché la proprietà è diffusa tra migliaia di enti (Regioni e enti locali fa capo circa l’80 per cento delle attività pubbliche a fronte del 6 per cento del debito) e perché, semplificando, è stato già venduto molto in passato, soprattutto delle partecipazioni quotate, le più facilmente cedibili”.

In più, spiega il rapporto, occorre riflettere sul fatto che “in un contesto di crescita moderata, riduzioni rapide del debito potrebbero essere eccessivamente costose“. Nel documento si legge che è necessario, al contrario, “porre il debito su un sentiero discendente, non troppo ripido ma costante, procedendo speditamente alle azioni di riforme strutturali per sostenere la crescita e migliorare, anche sotto questo profilo, le condizioni di sostenibilità della finanza pubblica”. Su cui il debito pesa come un macigno anche se “la riduzione degli oneri per interessi ne compensa gli effetti sull’indebitamento”. Nel contesto di bassa crescita degli ultimi anni, con un’inflazione ben al di sotto degli obiettivi, si è generato comunque “un ulteriore aumento del debito che, a fine 2016, arriva al 132,6% del Pil”, continua il rapporto.

“Imprenditori impiegano 269 ore per adempiere a obblighi tributari” – Tornando al peso delle tasse sulle famiglie e le imprese, la Corte nota che “un’esposizione tributaria tanto marcata non aiuta il contrasto all’economia sommersa e la lotta all’evasione“. E aggiunge che “anche i costi di adempimento degli obblighi tributari che il medio imprenditore italiano è chiamato ad affrontare sono significativi: 269 ore lavorative, il 55% in più di quanto richiesto al suo competitore europeo”. Il carico fiscale e contributivo complessivo che grava sulle imprese italiane, calcola la Corte, è in media di 24,2 punti percentuali più elevato rispetto alla media Ue: 64,8% rispetto al 40,6%.