La pista seguita da servizi di sicurezza e intelligence russa dopo l’attentato alla metropolitana di San Pietroburgo porta in Asia Centrale, tra le repubbliche ex sovietiche, in Kirghizistan per la precisione. Con i movimenti islamisti del Caucaso che negli ultimi anni hanno allentato la loro pressione su Mosca, la minaccia del terrorismo in Russia viene da sud-est. “Ciò che notiamo grazie a questo ed altri attentati – spiega Giuliano Bifolchi, direttore della OSINT-Unit dell’Associazione di Studio, Ricerca e Internazionalizzazione in Eurasia ed Africa (Asrie) – è che, quando ad essere colpiti sono Paesi che non fanno parte del blocco dell’Europa occidentale, la componente centroasiatica è sempre più presente. Un’area, questa, che ha conosciuto uno sviluppo di numerosi gruppi estremisti di matrice islamista negli ultimi anni, alcuni dei quali hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico”. Se venisse confermata la vicinanza di Akbarzhon Jalilov, il kamikaze 22enne autore di questo ultimo attacco, ai miliziani di Isis, sarebbe la prima volta che le bandiere nere sferrano un attacco al cuore della Russia.

La pista kirghisa e la destabilizzazione della “Nuova Via della Seta”
La nazionalità dell’attentatore diventa, così, un elemento fondamentale per comprendere l’attacco contro la metropoli russa. Il Kirghizistan fa parte del blocco delle repubbliche dell’ex-Urss ancora oggi sotto l’influenza russa e molto importanti per Vladimir Putin per le grandi risorse energetiche del sottosuolo e la posizione geografica strategica, punto di congiunzione tra Eurasia ed estremo oriente. “Il Kirghizistan, come altre ex repubbliche sovietiche, fa parte dell’Unione Economica Eurasiatica tanto voluta dallo stesso Putin – continua Bifolchi – un blocco di Paesi che costituiscono un’unione tra le più importanti e strategiche al mondo.

Inoltre, rappresenta il cuore della cosiddetta ‘Nuova via della Seta’ voluta da Pechino per migliorare la cooperazione e il commercio tra i Paesi dell’Eurasia. Per finire, non dimentichiamo che nel 2017 l’Asia Centrale sarà sotto i riflettori mondiali per l’Expo che si terrà ad Astana, in Kazakhstan”. Un’area che sta crescendo e che è sempre più strategica per il presidente russo: “Nuovi attacchi rischierebbero davvero di destabilizzare l’area – continua l’analista – per questo il governo russo, che ha già una sua base militare a pochi chilometri dalla capitale Biškek, potrebbe decidere di aumentare la sua presenza in tutta l’area”. Una decisione che farebbe storcere il naso sia alla Cina, che su quei Paesi punta per i suoi programmi commerciali, che al blocco Nato con a capo gli Stati Uniti.

Allo sviluppo economico e alla posizione sempre più strategica all’interno dello scacchiere geopolitico, si contrappone, però, un recente aumento dei gruppi terroristici di matrice islamista, molti dei quali fedeli allo Stato Islamico. “Questo lo si nota soprattutto in Kirghizistan e in Tagikistan – spiega Bifolchi – dove le risorse energetiche sono molto più limitate rispetto ai Paesi confinanti e i governi esercitano il pugno duro sulle opposizioni. Nel solo Kirghizistan, si contano circa 600 cittadini partiti per combattere in Siria, mentre negli ultimi sette anni si è registrato un aumento dei gruppi terroristici presenti sul territorio che sono passati da 9 a 19. Un esempio su tutti è Wilayat Khorasan, nato in Afghanistan ma in espansione nell’area delle repubbliche ex-Urss”.

La discesa dell’estremismo caucasico
Gli ultimi a colpire il cuore della Russia, con gli attentati alla metropolitana di Mosca del 2010 e all’aeroporto della capitale nel 2011, erano stati i ribelli indipendentisti ceceni guidati dal defunto leader Dokka Umarov. Per questo, alla notizia di un attacco alla metropolitana di San Pietroburgo l’attenzione degli analisti si è concentrata su due piste che potevano essere anche parallele: quella che porta al Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi e quella che, invece, conduce all’Emirato del Caucaso.

Oggi, però, la situazione nell’area è meno calda rispetto agli inizi degli anni 2000, quando i separatisti ceceni seminavano il terrore nei territori meridionali del Paese e non solo. “Con la morte di Umarov, nel 2013, e il giro di vite nei confronti del terrorismo locale in vista delle Olimpiadi di Sochi del 2014 – continua Bifolchi – l’Emirato del Caucaso ha conosciuto un costante indebolimento, confermato dai dati sugli attacchi terroristici nell’area che calano ogni anno dal 2012. Mentre il Daghestan, abitato da differenti etnie, rappresenta ancora oggi una minaccia per le autorità centrali russe, la Cecenia, la storica spina nel fianco di Mosca, oggi è una repubblica abbastanza stabile. Non conosce tensioni di tipo etnico ed è governata da un uomo fedele a Putin come Ramzan Kadyrov”.

Nel Caucaso del nord, dice Bifolchi, la Russia ha poi avviato un progetto di sviluppo economico a lunga durata (2025) che prevede la creazione di 400mila posti di lavoro. “Un modo per ‘non farli andare nella foresta’, come si usa dire da quelle parti, cioè per strappare i giovani dalle mani dell’estremismo e della criminalità. La Russia, in quell’area, ha investito e investe molto”.

6 mila foreign fighter pronti a tornare. Una nuova minaccia per Mosca
Con il Califfato che non riesce a frenare il proprio arretramento in Siria e Iraq, la minaccia con la quale avranno a che fare i servizi di sicurezza russi è rappresentata dai foreign fighter di ritorno. Secondo dati forniti dalla portavoce della Camera Alta del Parlamento russo, Valentina Matvienko, e riportati da Sputniknews, testata filo-governativa, sarebbero 10mila i combattenti partiti da Russia e Paesi ex Urss per combattere al fianco dei miliziani in nero. “L’intervento in Siria ha portato dei vantaggi dal punto di vista geopolitico, ma non della sicurezza. Il governo di Mosca lo sa – dice l’analista – per questo negli ultimi tempi sono aumentati i controlli e il livello di sicurezza interno è stato alzato. Lo testimoniano gli arresti di novembre di membri legati allo Stato Islamico che progettavano di colpire Mosca e San Pietroburgo”.

Questo fatto è anche conseguenza della forte campagna mediatica portata avanti dagli uomini del Califfato contro il governo centrale russo. Una propaganda fatta di inviti a uccidere e a ignorare le parole degli imam “pagati dallo Stato”. “Questo però ci insegna due cose – conclude Bifolchi – la prima è che è impossibile per le forze di sicurezza e di intelligence russe controllare un territorio e dei confini vasti come quello russo. La seconda è che, oggi, il governo rischia di pagare la politica attuata in vista dei Giochi Olimpici di Sochi. In quell’occasione, per paura di attentati terroristici da parte dei ribelli del Daghestan, le autorità hanno militarizzato l’area e favorito l’emigrazione di una buona parte della popolazione sunnita e, in particolar modo, salafita. Questo ha dato inizio a un esodo verso la Turchia che ha portato ai confini settentrionali del Califfato migliaia di potenziali combattenti islamisti. E se i dati forniti dalla portavoce della Camera sono veritieri, le conseguenze sono già evidenti”.

Twitter: @GianniRosini