Italia fanalino di coda in Europa per corruzione. Il malaffare permea la macchina pubblica, secondo uomini d’affari ed esperti. La corruzione è strutturalmente integrata nel settore pubblico. I dati parlano di un 60° posto per noi, su 176 paesi, terzultima in Europa, prima di Grecia e Bulgaria. Non so a voi, ma a me l’ultima denuncia di Transparency non meraviglia neanche un po’.

Diciassette anni fa moriva, latitante ad Hammamet, in Tunisia, Bettino Craxi, già segretario nazionale del Partito Socialista e condannato definitivamente a dieci anni per la corruzione dell’Eni-Sai e per i finanziamenti illeciti della Metropolitana milanese; si aggiungevano altre condanne provvisorie, in primo e in secondo grado, per circa quindici anni. Eppure, sono ormai diciassette gli anni in cui si moltiplicano i tentativi di riabilitazione del più ruggente protagonista dei ruggenti anni 80.

Ma se la vicenda personale di Craxi ed il suo mesto, solitario epilogo può oggi suscitare qualche sentimento di compassione, la sua parabola politica intinta nell’illegalità può solo fare (ancora) indignare. Un vero monumento alla riabilitazione quello in fase di costruzione, il cui primo passo fu un monumento vero nel decimo anniversario di Mani Pulite: una statua “a Craxi statista, esule e martire” in marmo bianco di Carrara, eretta nel comune di Aulla in Lunigiana, per volere del sindaco Lucio Barani, attualmente senatore della Repubblica con tanto di garofano rosso perennemente nell’occhiello.

Ma, come ricordava nel 2009, il Direttore di questo giornale, Marco Travaglio, “Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato introiti per almeno 150 miliardi di lire”. Altro che mazzette.

L’ultima pietra di quel monumento riabilitativo la forgia oggi Paola Sacchi, una giornalista orvietana passata con disinvoltura da L’Unità a Il Secolo d’Italia attraverso Il Dubbio, Lettera 43 e Panorama. Oggi, come ci informa la quarta di copertina, collabora con Formiche.net. Il suo libro si intitola I conti con Craxi, laddove sarebbe stato fin troppo faceto I conti di Craxi.

Sacchi esordisce con “Oggi Craxi è tornato di moda”. Evidentemente è memore dell’analisi di Transparency, la quale evidenzia come, in effetti, gli emuli di Craxi si siano talmente moltiplicati da arrivare alla medesima fattispecie di azioni criminose ma su livelli decisamente infimi: nel 2016 sono stati 8.300 gli evasori totali scoperti, 775 milioni di euro di finanziamenti illeciti, 158 milioni di truffe al sistema sanitario. Cifre enormi, ma divise una pletora di mariuoli che al Psi del tempo avrebbero raddoppiato i consensi. Per Craxi, da solo, il pool Mani Pulite aveva accertato introiti illeciti per almeno 150 miliardi di lire, quasi 78 milioni di euro.

“Ci sarà via Craxi nella sua Milano, almeno nel ventennale della sua drammatica morte?” si chiede Paola Sacchi. Alla luce dei dati di Transparency, non gli si potrebbe davvero negare. Uno che ha fatto tanto per portare così in basso il proprio paese nella considerazione morale della cosa pubblica, non può non essere ricordato.

“Ce n’è voluto per abbattere quel gigante di quasi un metro e novanta, l’anticomunista, della sinistra moderna, in jeans, con i quali si presentò in tutta fretta al Quirinale per ricevere il primo mandato da Presidente del Consiglio”, prosegue in estasi da ammirazione la giornalista.

Secondo lei, una delle cose che facevano maggiormente arrabbiare Bettino nelle interviste rilasciate ad Hammamet, che la Sacchi definisce “esilio” anziché “latitanza” (come correttamente dovrebbe) era il sospetto che lui anche per un solo momento avesse mai pensato ad arricchirsi o a condurre una vita fastosa. Come dubitarne infatti?

Nella sentenza All Iberian, confermata in Cassazione, si legge: “Craxi è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito, finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti […] non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari […]. Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti”.

Ma a sorprendere in Italia non sono certo i patetici tentativi di ribaltamento storico in atto. Quello che sorprende è che non sia stato sufficiente un ricambio di due generazioni per portare il nostro Paese in Europa. E non parlo certo della UE, ma di una mentalità moderna e antimafiosa che porta, per esempio, una ciclista tedesca a preoccuparsi di togliere i vetri di una bottiglia rotta dalla ciclabile del Tevere per chi verrà dopo di lei. Provate a spiegare a lei che Craxi deve essere riabilitato.

In un’unica cosa possiamo dare ragione a Paola Sacchi: quando scrive che all’assoluzione di Andreotti, Craxi pensò: “Qui l’unico delinquente per gli italiani sono rimasto io”. Era solo il precursore.