Tanti anni fa, nel pieno centro di Torino, visitai le Officine grandi riparazioni (Ogr) e rimasi affascinato da quelle strutture abbandonate in cui la vegetazione stava avendo la meglio sui mattoni e sul cemento. In particolare rimasi stupito di trovare alcune piantine di fragoline di bosco vicino all’entrata.

Oggi le Ogr sono state “risanate”- come si suol dire – e la vegetazione è stata eliminata. Ma sono tanti altri i siti a Torino, come ovunque nel mondo, in cui la vegetazione si appropria delle opere abbandonate dall’uomo. Eppure, molto più semplicemente, se invece di stare col naso per aria, guardiamo esattamente dove poggiamo i piedi, troveremo sul marciapiede o sull’asfalto delle piante pioniere che riescono a vivere anche in condizioni estreme. Da questa sensibilità nasce Verde clandestino, edito da Neos e curato, oltre che da me anche da Anna Balbiano, Piero Belletti, Carlo Gubetti, Alberto Selvaggi e Davide Suppo.

Così spiega bene la sua quarta di copertina: “Se una città fosse abbandonata dai suoi abitanti, dopo qualche decina di anni diverrebbe quasi irriconoscibile. La vegetazione l’avrebbe completamente colonizzata. L’asfalto sarebbe sollevato dalle radici degli alberi, sui tetti sarebbero comparsi erbe ed arbusti, i marciapiedi sarebbero diventati verdi di nuova vita. Uno spettacolo già ben preconizzato da Alan Weisman ne Il mondo dopo di noi. Prendendo lo spunto da questa visione, nasce il libro Verde clandestino che si prefigge, appunto, lo scopo di descrivere come il verde spontaneo (definito “clandestino”) colonizza gli spazi urbani, specie quelli abbandonati dall’uomo. L’opera costituisce uno stimolo per il cittadino a trasformarsi da passante in osservatore. Ma anche un monito per l’uomo in generale, affinché senta con più consapevolezza la sua effimera essenza e l’effimera essenza delle sue opere”.

Il libro si avvale anche di una pregevole prefazione di Robert Macfarlane. Di lui avevo letto lo splendido Luoghi selvaggi ed ero rimasto colpito dalla comunanza di sentimenti: dopo aver girato i luoghi più sperduti del regno britannico in cerca della natura selvaggia, l’autore ammetteva che essa si può ritrovare anche ai nostri piedi: “La gramigna che spunta dalla crepa di un selciato, la radice che lacera impudente un guscio d’asfalto erano espressioni della natura selvaggia tanto quanto l’onda di tempesta o il fiocco di neve”. Macfarlane ha letto il libro ed ha aderito entusiasta alla proposta di aggiungere una sua considerazione a commento introduttivo.

Verde clandestino non è il primo libro che tratta della natura in città, ma è il primo che, con semplicità, per parole, ma anche immagini, vuole prendere per mano il distratto viandante e introdurlo all’interno di una realtà nuova e affascinante. Affinché quelle piante lui non le chiami più “erbacce”.