Se chiedo ai detenuti che incontro ogni martedì nel gruppo di lettura o nella redazione del mensile, come mai si trovino fra quelle mura, nel caso di rapinatori, ladri o truffatori, la risposta è quasi sempre la stessa: “Mi piaceva la bella vita”. Un bella vita che, nella maggior parte dei casi, si riduce al poter possedere auto di lusso, orologi e gioielli di valore, permettersi vacanze “da sogno” e svariate tipologie di eccessi. Nel fare la bella vita, si raggiunge uno stato adrenalinico che va alimentato in continuazione. In realtà non bisogna per forza dialogare con dei carcerati per ritrovare nella quotidianità le medesime aspirazioni. Sono modelli molto diffusi che la Società performante ci propone dagli schermi televisivi, nei media di ogni tipo, sul lavoro, e persino nelle attività sportive dei più piccoli.

Raggiungere un obiettivo sempre maggiore, con qualsiasi mezzo, anche mettendo a rischio la propria salute o integrità fisica è diventato parte di una normalità, in cui ricorrere al doping chimico o a quello neuronale della realtà aumentata, della caccia ai Pokemon, diventa quasi uno stato di necessità. La società della Pazza gioia, però, non è nient’altro che la Società della grande infelicità, in cui la felicità viene scambiata con lo sballo, l’esagerazione, in una vita totalmente priva di significato, nell’insignificanza, come direbbe Milan Kundera.

Un superattico nel quartiere “Le Albere” di Trento, disegnato da Renzo Piano, pensato per vip, è il sogno infranto del promotore finanziario che ha decretato, in totale solitudine, il proprio fallimento, con le conseguenze che tutti conosciamo. Andare al massimo non consente di rallentare, permette solo di infilarsi in una strettoia che non prevede vie di mezzo. Accontentarsi e l’accettare gli alti e bassi della vita di ogni giorno non sono contemplati. Non si riesce nemmeno a trovare il tempo e le energie per confidarsi con un amico vicino. La corsa senza fiato si trasforma così in una fuga e si arriva a pensare che il nostro mancato successo, il nostro fallimento, colpirà i nostri figli, miseramente poveri per il fatto di non possedere quei simboli.