Profondo rosso. E’ questo il dato che caratterizza i conti del Fondo di risoluzione nazionale gestito dalla Banca d’Italia ed è anche la ragione per la quale l’8 marzo l’istituto centrale ha chiesto nuovi contributi alle banche. Il Fondo ha chiuso il 2016 con una perdita vicina ai 2,6 miliardi di euro. Lo si è appreso oggi, a latere dell’assemblea dei soci di Bankitalia, quando è stato appunto presentato anche il rendiconto del Fondo di Risoluzione al 31 dicembre 2016. Un documento che getta un po’ di luce (poca per la verità) sul processo di vendita delle quattro banche finite in risoluzione nel novembre 2015. Vendita che non solo non ha permesso di rientrare nemmeno in minima parte dei costi sostenuti, ma che anzi ha determinato ulteriori oneri a carico del venditore. In prima battuta la risoluzione di Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti è costata 4 miliardi, di cui 2,4 miliardi sono stati pagati dalle banche attraverso la contribuzione straordinaria al Fondo e 1,55 miliardi sono invece a debito e dovranno essere restituiti a maggio alle banche che hanno concesso il finanziamento (Intesa, Unicredit e Ubi). Finanziamento erogato a non meglio specificate condizioni di mercato. L’intesa raggiunta a gennaio con Ubi per l’acquisto di Banca Marche, Pop Etruria e CariChieti e quella raggiunta a marzo con Bper per l’acquisto di CariFerrara, prevedono com’è noto il passaggio delle quattro banche al valore simbolico di un euro, e ulteriori oneri a carico del venditore: la sola CariFerrara dovrà essere ricapitalizzata per 230-270 milioni di euro, cui si aggiungono i 450 milioni che il Fondo dovrà versare per le altre tre banche, portando il conto a 680-720 milioni. A questi si aggiungono gli oneri per la cessione delle sofferenze e delle inadempienze probabili delle quattro banche alla Rev, la bad bank costituita nel novembre 2015 alla quale erano già stati conferiti i crediti deteriorati delle cosiddette “good bank”: ora si parla di un onere stimato in altri 100-140 milioni per CariFerrara e in 320-360 milioni per gli altri tre istituto.

Vi sono poi garanzie per oltre mezzo miliardo sui rischi di contenzioso legale anche con i vecchi soci e i detentori di obbligazioni subordinate e quelle per la sterilizzazione dei rischi relativi alla cessione delle sofferenze a Rev di cui oltre il 75% sono in carico al Fondo. Insomma, com’è facile intuire, la cessione non è indolore: stiamo parlando di altri miliardi di euro di oneri che, almeno in parte, il Fondo potrebbe ridurre grazie all’istituzione di una sorta di meccanismo di partecipazione agli utili delle banche come ringraziamento per aver concesso agli acquirenti il permesso di utilizzare le detrazioni fiscali per perdite pregresse. Visto l’esito disastroso di questa vicenda, ci si interroga su cosa potrà accadere se Popolare Vicenza e Veneto banca, due banche ben maggiori di quelle poste in risoluzione nel novembre 2015, dovessero trovarsi ad affrontare un bail-in.

Intanto, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha presentato la sua relazione all’assemblea annuale degli azionisti da cui emerge che Unicredit, Generali, Cassa di risparmio di Bologna e Carige hanno ancora in portafoglio singolarmente più del 3% di Via Nazionale. Titoli che, sulla base del decreto sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia varato dal governo Letta, avrebbero dovuto essere venduti entro il 31 dicembre dello scorso anno, ma per i quali non sono stati trovati compratori.

Dal via libera al decreto, è passato infatti di mano solo il 23,9% del capitale con l’ingresso in scena di 74 nuovi soci (su un totale di 115) che fanno parte del mondo bancario (fondazioni incluse con il 4,1%), ma anche di quello previdenziale (compagnie, enti, fondi). “Il processo di riallocazione non si è concluso” ha spiegato Visco ai soci annunciando la creazione di un “mercato secondario delle quote nel quale l’attività dei market makers – sostenuta dal nostro istituto – contribuirà ad accrescere la liquidità dei titoli di partecipazione”. Intanto, Bankitalia ha chiuso il 2016 con 2,68 miliardi di utili – in calo del 3,9% rispetto ai 2,79 miliardi del 2015 – e ha deciso di distribuire 340 milioni di dividendi, di cui 207 milioni verranno effettivamente distribuiti ai soci per la parte di azioni che non supera la soglia del 3% del capitale, mentre i rimanenti 133 milioni verranno imputati a riserva ordinaria. Allo Stato l’istituto centrale ha “girato” 3,4 miliardi (300 milioni in più rispetto allo scorso anno), di cui 1,31 miliardi sotto forma di imposte e 2,15 miliardi di utile prodotto nell’esercizio 2016.

Intanto prosegue la riorganizzazione dell’istituto con conseguente aumento dei costi operativi nonostante la diminuzione delle sedi, con la chiusura di 22 strutture portando a 39 il numero totale delle filiali. A far esplodere i costi (+10,6% a 2,042 miliardi, 197 milioni in più) sono stati gli accantonamenti per il piano di incentivo all’uscita del personale che è calato a 6.885 unità (-147 rispetto al 2015). Lo scorso anno vi sono state 212 assunzioni a fronte di 359 cessazioni dal servizio (68% in più rispetto al 2015), di cui ben 275 “in adesione al piano degli incentivi all’uscita che ha accompagnato il riassetto della rete territoriale e la riforma degli inquadramenti del personale”, come si legge nella relazione al bilancio.