Jeff Flake è stato missionario mormone della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell’Ultimo Giorno. Si è laureato alla Brigham Young University, ateneo privato di proprietà della predetta Chiesa e con sede a Provo, nello Utah e più precisamente nella Salt Lake Valley. L’istituto di formazione accademica è noto per una regola il cui rispetto è imposto a chi vi si immatricola. Lo studente della cosiddetta BYU è tenuto a firmare, all’atto dell’iscrizione, l’Honor Code and Dress and Grooming Standards.

Si tratta di un accordo di carattere contrattuale che vincola l’universitario a rispettare un rigido codice morale: astensione da rapporti sessuali prematrimoniali, linguaggio volgare, tabacco, tè, caffè, cannabis e droghe pesanti, nonché il rigoroso impegno a vestirsi modestamente, pena l’espulsione dalla scuola.

Proprio questi trascorsi fanno sì che il senatore Flake, classe 1962, repubblicano dell’Arizona, probabilmente consideri le disposizioni restrittive ‘normali’, forse anche a dispetto di qualsivoglia diritto civile e costituzionale.

È lui il primo firmatario della proposta di legge o resolution numero 34 – ormai all’approvazione del Presidente degli Stati Uniti – che punta alla cancellazione delle regole in tema di privacy che la Federal Communication Commission aveva coraggiosamente emanato il 2 dicembre dello scorso anno a favore degli utilizzatori di servizi a banda larga. Le disposizioni destinate ad essere abrogate sono quelle che vietavano ai provider – senza il consenso degli interessati – di utilizzare e condividere con altri soggetti le informazioni relative ai loro clienti, i dati riferiti all’utilizzo delle varie app di ciascun utente e la cronologia delle rispettive navigazioni online.

L’obiettivo è sostanzialmente quello di portare gli Stati Uniti ad una situazione (orribile) come quella vigente dalle nostre parti. In termini pratici, viene data la possibilità al cittadino di esprimere il proprio diniego a determinati trattamenti dei suoi dati personali. Avete presente il nostro tanto aulico quanto inefficace (e magari persino inutile) Registro delle opposizioni? Bene, forse siamo riusciti a esportarlo. A distanza di pochi mesi dal così importante traguardo civile raggiunto dalla FCC si assiste ad una sorta di rivoluzione copernicana in assoluta controtendenza.

I provider potranno speculare sulle abitudini telematiche dei loro abbonati, senza risparmiare l’uso dei dati di localizzazione geografica e addirittura del numero di previdenza sociale di ciascuno. Quasi non bastasse, sono destinate a venir meno anche tutte le severe prescrizioni disposte in materia di sicurezza, quelle – cioè – volte a tutelare le informazioni personali dell’utente da rischi come quelli derivanti da hackers e criminali di ogni sorta.

I fornitori di connettività stanno già scaldando i muscoli per salire sul ring dell’advertising online, il ricco mercato in cui oggi Google e Facebook si spartiscono 83 miliardi di dollari. Verizon e Comcast sono pronti a candidarsi nella categoria dei pesi massimi, senza timore di sfidare chi finora ha dominato la scena. I commenti inorriditi si sono sprecati.

Secondo Jeffrey Chester, direttore esecutivo del Center for Digital Democracy, “I dati dei cittadini saranno venduti al miglior offerente”, mentre molti attivisti sottolineano il crollo delle tutele della gente comune che – molto banalmente – utilizza un motore di ricerca o visualizza contenuti multimediali in streaming video. Se è facile abbandonare siti che calpestano i diritti di chi li visita, non altrettanto agevole scappare dalla morsa degli internet provider la cui scelta è spesso inevitabile.