C’è del metodo nella follia grillesca.

L’apparente incomprensibilità della mossa di depennare la propria candidata sindaco di Genova, seppure scelta nel rispetto rigoroso delle regole interne al movimento e poi coperta da una pioggia di contumelie, serve indubbiamente a blandire i pretoriani più vicini al satrapo. I thugs che mal sopportavano un barlume di giudizio indipendente in Marika Cassimatis (con cui – invece – a suo tempo avevo fatto personalmente a capocciate, proprio per quella che ai miei occhi appariva la sua ortodossia cinquestelle credere-obbedire-combattere). La stessa motivazione dell’odio per Federico Pizzarotti, la cui scandalosa indipendenza di giudizio evidenziava per contrasto il servilismo degli yes-men/women in bivacco permanente attorno al sacrario della dea Kali a Sant’Ilario. Dove si è celebrato questo indecente baccanale sanguinolento, con cui si è voluto fare a brandelli la dignità stessa di una persona, mettendone in discussione prima di tutto la dirittura morale (“mela marcia”) e poi arrivando al delirio di suggerirle il suicidio, non si sa quanto virtuale, a mezzo cicuta. Proprio quella persona con cui si era militato fianco a fianco per anni.

 

Quanto era noto anche ai più che condiscendenti colonnelli nazionali, sempre attenti a evitare che un soprassalto di verità ne metta a repentaglio la carriera (a partire dal Che Guevara de noantri Alessandro Di Battista, per arrivare all’aspirante dottor sottile fuori corso Luigi Di Maio).

Ma qui sta il metodo, se si analizza la vicenda con il minimo distacco: questa serie di provocazioni, questo sistematico calpestio di una persona contravvenendo i principi che ci si è dati (una votazione suppletiva su base nazionale per una decisione assolutamente locale) e lo stesso buon senso, vanno interpretati come una sorta di drappo rosso agitato davanti agli occhi della Cassimatis; di cui è sempre stato noto il carattere fumantino. Proprio per scatenarne la reazione, come è puntualmente avvenuto. Tanto che adesso è molto probabile la cancellazione di una lista 5S nella votazione amministrativa genovese, in cui i sondaggi le assegnavano la pole position.

Dove starebbe il vantaggio? Presto detto: proseguire nella pulizia etnica interna sbarazzandosi di tutti i residui rompiballe (e l’aspirante sindaca sgarrettata era rea di giudicare il gran capo con lo stesso metro su cui il Movimento misura il mondo esterno: aveva criticato la designazione del commercialista di Grillo nel board della Finanziaria Ligure), soprattutto cancellare ogni impegno che disturbi la concentrazione sulla scadenza del 2018. Ossia la possibile conquista della maggioranza di governo nelle elezioni politiche. Perché è questo l’Eldorado inseguito dalla Ditta che controlla il movimento. Un balsamo prezioso per il SuperEgo di Beppe Grillo, la cui personalità ha subito un’inquietante dilatazione dal tempo di quel ragazzo cinico/opportunista che fregava le battute ai colleghi comici del suo stesso quartiere, quanto un’opportunità incommensurabile di business per la Casaleggio Associati; potendo contare su una compagine governativa telecomandabile.

Neppure l’avventurismo berlusconiano era giunto a concepire un disegno di questo livello, al tempo stesso futuribile e delirante. Una sorta di incubo orwelliano, in cui Grillo starà in scena installandosi nel Ministero dell’Amore, preposto alla conversione dei dissidenti con proclami assommati a interventi della psico-polizia, e Davide Casaleggio controllerà nell’ombra il Ministero della Verità.

Un futuro plausibile e un delirio inevitabile, se le alternative sono Matteo Renzi (non certo insidiato nel suo ritorno in campo dal fantasmino Andrea Orlando o dal trombone Michele Emiliano) e il trio Salvini-Meloni-Toti, eredi piromani del decrepito Berlusconi.