Giuliano Poletti non è nuovo ad affermazioni che suscitano polemiche. Ricordiamo la questione sui giovani che lasciano il paese e “non sono necessariamente i migliori” di cui avevo scritto su questo post e che aveva causato più di qualche mal di pancia, tra i quali spicca la replica quella del prof Alberto Alesina pubblicato tra gli editoriali del Corriere. Di recente il ministro è tornato a far discutere con un’esternazione sull’importanza delle relazioni per trovare lavoro, poi parzialmente rettificata.

Al di là delle interpretazioni di dettaglio delle ultime parole, vorrei argomentare brevemente quanto la visione del mondo del lavoro che emerge dalle parole del ministro sia anacronistica e inadeguata per un membro di governo di una moderna economia globale.

E’ vero che il rapporto di fiducia è fondamentale per un rapporto di lavoro? Certo, se cerco una baby sitter per i miei figli vorrò stare attento che non li maltratti, non abbia comportamenti sconvenienti e magari non rubi in casa mia mentre non ci sono, dunque la fiducia sarà di certo un elemento fondamentale nella scelta del soggetto al quale assegnare questo delicato compito.  Se però mi trovo fuori dal paesello natio dove tutti si conoscono come la mettiamo con la fiducia? Potrei certo ricorrere a delle referenze di colleghi o amici, potrebbe esserci un albo delle baby sitter tenuto dal comune, oppure delle società private che selezionano il personale. Che fine fa il rapporto di fiducia in tutto questo ragionamento? Lungi dal perdere la sua importanza diventa un prerequisito dato per scontato, lasciando spazio all’applicazione di criteri di selezione aggiuntivi, quali ad esempio la conoscenza delle lingue, o di altre materie che potrei voler introdurre nella formazione dei miei figli.

Nel villaggio medioevale che sembra avere in testa Poletti (se non cambia ancora versione di quel che ha detto) il lavoro si dà solo a chi è fidato e per definizione è fidato solo chi è conosciuto. Dunque per trovare lavoro è fondamentale fare conoscenza e sfruttare a questo scopo eventuali attività extracurricolari, che possano essere occasioni per farsi conoscere. Ma che fine fanno quelli che vogliono lavorare e che non conoscono personalmente i potenziali datori di lavoro e non hanno materialmente la possibilità di conquistarne la fiducia? Cosa direbbe il ministro a queste persone, a parte, forse, commentare come ha già fatto in passato, che se poi emigrano, non ne sentiremo la mancanza?

Nel sottolineare l’importanza del rapporto personale, il ministro testimonia come la sua visione del mondo del lavoro privilegi la relazione tra gli individui rispetto alla valutazione delle competenze e alla capacità di produrre risultati: l’alibi della fiducia è un espediente particolarmente efficace per escludere in modo arbitrario un candidato più capace degli altri, ma meno conosciuto, di cui si può sempre dire che non sappiamo se possiamo fidarci. Là dove si privilegia la fiducia e la relazione sulla competenza e la capacità di creare valore è inevitabile che chi possiede queste ultime sia disincentivato ad agire ed indotto ad andarsene: i tragici risultati del Modello Poletti basato sulla fiducia e sulla relazione sono sotto gli occhi di tutti e sono perfettamente rappresentati dalla sua storia personale, se provate a guardare su Wikipedia quanti CV vi sembra che possa aver mandato? Quanti colloqui di lavoro avrà sostenuto?

Questa impostazione, purtroppo largamente condivisa da molti membri della classe dirigente del nostro paese, costituisce una delle determinati del declino economico e del ristagno sociale degli ultimi 20 o 30 anni: si tratta di una cultura degenere, che affonda le sue radici in una sorta di familismo amorale e che si oppone a tutte le forme di innovazione che potrebbero indurre dei cambiamenti nell’ordinamento costituito.  In quest’ottica si può leggere l’abolizione dei voucher, che minacciavano di introdurre elementi di flessibilità nel mondo del lavoro, il cedimento alle istanze dei tassisti e l’incapacità di comprendere i trend principali del mondo contemporaneo, così come la parabola discendente delle organizzazioni, si pensi ad esempio al Monte dei Paschi che sono state amministrate con questa logica.

@massimofamularo