In questi mesi giornali e media hanno trattato due argomenti distinti, ma correlati. Il primo: gli studenti universitari hanno difficoltà nell’uso dell’italiano scritto e orale; il secondo: giova aprire corsi universitari in lingua inglese. Sono intervenuti tanti intellettuali, e per quanto concerne i corsi in inglese si è pronunciata perfino la Corte costituzionale.

Entrambe le questioni sono importanti. Inizio dalla prima.

Difficoltà degli studenti universitari nell’uso dell’italiano scritto e orale. È vero che agli esami molti studenti (alludo all’area umanistica) non si esprimono con proprietà di linguaggio e non riescono a concettualizzare i contenuti appresi. Nella scrittura, poi, manifestano grosse lacune di base. Nel dibattito c’è stato chi ha invocato il rimedio della bocciatura: se non si boccia, lo studente non è spinto a imparare. Le cose sono meno semplici di così. La lingua e il pensiero si apprendono con la lettura costante di testi di qualità, riassumendo quel che si è letto, scrivendo ogni giorno qualcosa di più che un sms farcito di faccine, chinandosi sulla forma sintattica.

Ciò dovrebbe essere avvenuto già nella scuola secondaria di primo e secondo grado e dovrebbe proseguire all’università. La quale ha un limite: dedica alla scrittura – pratica essenziale per l’apprendimento della lingua – un tempo contenuto. Gli esami sono per la maggior parte orali; salvo qualche seminario, il primo vero confronto con la scrittura avviene al momento di stilare la tesi triennale. Nei tre anni del corso, scrivere di più gioverebbe: si eserciterebbe il pensiero formale e il corretto uso del linguaggio.

Questo, però, non è praticabile: manca il tempo e manca il personale. Quale docente di discipline umanistiche potrebbe affrontare da solo un tal lavoro? Quanti collaboratori lo coadiuverebbero? Per le discipline musicali (il mio campo) la situazione è anche più critica. Parlare o scrivere di musica è difficile, giacché l’arte dei suoni non è referenziale: ossia non rimanda a una realtà esterna. Descrivere un brano di musica richiede un abile possesso dei termini e della fraseologia: già arduo per gli specialisti, è impervio per chi non ha padronanza della lingua.

I corsi in inglese. L’inglese è oggi la lingua di comunicazione forse più diffusa e di sicuro più influente. Dipende da ragioni storiche, economiche e politiche arcinote. È giusto che le università promuovano alcuni corsi delle Lauree magistrali in lingua inglese. In genere, fino a pochi anni fa essi sono stati appannaggio delle discipline scientifiche. Ora anche le humanities sono orientate in tal senso. A nessuno sfugge però che l’inglese letterario ha un lessico e una fraseologia ricchissimi (tutt’altra cosa l’inglese turistico!), e dunque estremamente complessi.

A tutti noi è capitato d’imbattersi in articoli o libri di colleghi italiani scritti direttamente in inglese: alcuni sono talvolta imbarazzanti. Per un motivo semplice. La struttura della frase inglese è profondamente diversa dall’italiana: l’autore o gli autori hanno pensato periodi che funzionano nella lingua di Manzoni ma zoppicano in quella di Shakespeare. (Tra parentesi: non è neppure detto che a un inglese parlato fluidamente corrisponda un livello alto di scrittura, o viceversa). Il pericolo sta proprio qui.

Se i corsi in inglese puntano ad attirare studenti dall’estero e a favorire l’internazionalizzazione, è decisivo il livello sul quale si attesteranno. Esigono alta preparazione dei docenti e ottima bibliografia. Altrimenti, anziché un vero cosmopolitismo, esibiremmo il volto del provincialismo: la cornacchia con le piume del pavone. Da parte loro gli studenti italiani ne ricaverebbero un danno ulteriore. Hanno difficoltà a parlare e scrivere nella lingua materna: come potrebbero imparare un buon inglese da docenti poco versati e senza libri linguisticamente degni?

Concludo. Il problema non è italiano vs inglese. Oggi non si può fare a meno di conoscere un buon inglese. Nel contempo, occorre sostenere a spada tratta il buon italiano. Se no, la nostra lingua si impoverirà sempre di più. E se così fosse, di qui a qualche generazione gli italiani non saprebbero più esprimere nella propria lingua concetti e processi intellettuali elaborati nel mondo anglofono, senza peraltro poter competere ad armi (linguistiche) pari con i colleghi di lingua inglese. Un disastro garantito.