Era partito da un paese vicino Cremona, Castelleone, in bicicletta, di notte. Ogni pedalata sembrava sempre più dura, impossibile. Si voltava indietro guardano nel buio quello che lasciava: una famiglia, la moglie, una figlia, un lavoro sicuro. Poi guardava avanti e non era meno buio: lo aspettava un uomo che nemmeno conosceva alla stazione di Torino, unico segno distintivo sarebbe stato un quotidiano che sporgeva dalla tasca. Lui, e altri cento, sarebbero stati guidati dalle parti di Rivoli, partigiani, fino al Col del Lys. Altri tempi, ultima guerra.

Questa storia è cominciata alcuni anni fa, quando mi squilla il telefono e una voce di nonno novantunenne mi chiede se siam parenti, ma il suo è un cognome vero e il mio un soprannome, identici: Fogliazza. Mi lascia la sua mail (91 anni) e la scandisce e non dice “chiocciola” dice “lunetta“. Fantastico. Mi racconta la sua storia e mi insegna cose che non passano mai, perché nulla è mai passato quando ancora ha l’attualità di insegnarci qualcosa.

Mi racconta di quando arriva a destinazione, senza cibo, senza vestiti, il paesino, la gente che guarda lui e gli altri con la diffidenza della guerra e poi quel momento in cui capisci e sai che non può essere altrimenti: devi farti amica la popolazione, devi essere onesto e accettare la loro paura e dare il tempo che il sospetto lasci spazio alla fiducia nei nuovi arrivati, di cui qualcuno morirà per la libertà dal fascismo, qualcuno tornerà a casa, non tutti.

E’ quella fiducia che dovevi infondere nella gente che mi rimane, quella fondamentale relazione che permetteva di poter contare gli uni sugli altri, così diversa e distante da chi oggi ci governa, che il diritto al voto conquistato allora s’è via via scelto di esercitare sempre meno. E’ quella distanza tra il Palazzo e la vita in strada che dà la certezza ai primi di tornare a casa la sera e agli altri di non averla più, una casa, che mi fa pensare a Kiro. E’ quell’insegnamento che non passa, sarà la geografia della destinazione, che fa del passato un consiglio per il futuro, che mi convince che se non vai a votare non sei responsabile per chi governa male, ma sei complice di chi lo sta facendo.