Nei giorni scorsi mi ha contattato la redazione di PresaDiretta, il programma televisivo su Rai3, per un’intervista sul mio modo di fare sanità e di dare salute al cittadino. Poi non li ho più sentiti forse per mancanza di tempo. Ho deciso di riassumere quello che avrei detto sul dualismo fra sanità pubblica e privata accreditata.
L’introduzione del convenzionamento di strutture private ha sicuramente portato dei vantaggi ai cittadini.

Preferisco sempre parlare di ciò che conosco da decenni, l’oculistica. Quando iniziai a fare l’oculista presso una struttura pubblica, l’Oftalmico di Milano, l’attesa per una donna che storicamente ha una vita più lunga e quindi una possibilità maggiore di intervento di cataratta (il problema insorge proprio con l’avanzare dell’età) era di oltre un anno. Dagli anni novanta grazie all’aumento delle unità operative, oltre che dal minor tempo operatorio, con l’apertura al privato, l’attesa si è ridotta a qualche mese.

Gli ospedali, pubblici e privati, hanno cambiato denominazione in aziende sanitarie dove il bilancio diventa il perno attorno a cui gira un piatto che corrisponde al 7,3% del Pil nazionale. Poiché la spesa sanitaria è regionale in Regione Lombardia (dieci milioni di residenti, ndr) corrisponde a circa 18 miliardi di euro sui 21 annui. Il controllo serio dell’appropriatezza diviene indispensabile per limitare l’abuso di prestazioni inutili per il paziente e costose per il cittadino. Dico sempre che anche solo la percezione del controllo riduce il rischio di abuso.

Non dobbiamo infatti dimenticare i casi degli anni scorsi: la “Clinica degli orrori” Santa Rita, struttura privata accreditata; Stamina che si è introdotta all’interno di una delle strutture pubbliche più rinomate di Brescia. Come dimenticare come proprio nei mesi scorsi l’ex Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni è stato condannato in primo grado a sei anni per corruzione nei casi Maugeri e San Raffaele, strutture anch’esse accreditate?

Perché abusare in sanità è facile. Faccio un esempio. Tempo fa scrissi un post su quanto fosse strano che alcune strutture della Regione Lombardia avessero numerosi accessi di interventi di cataratta di cittadini residenti più a nord, in Piemonte. Ospedali pubblici milanesi, rinomati per l’oculistica, avevano una percentuale di fuori regione fra il 5,35% ed il 6,67%; strutture private accreditate lodevoli avevano una percentuale dell’1,22%; mentre strutture private accreditate, e il dato riguarda la San Pio X di Milano, avevano una percentuale di fuori regione del 31,18%. Il titolo del mio post era “Sanità lombarda, la cataratta in autobus” e si riferiva proprio a questo viaggio della speranza dal Piemonte alla Lombardia per curare gli occhi.

Il Drg (Diagnosis-related group, in italiano Raggruppamento omogeneo di diagnosi) della cataratta comprende gli esami preoperatori, l’intervento e due controlli post operatori. Ma se i pazienti arrivano in autobus il giorno dell’intervento, da un paese piemontese, vengono operati e ripartono la sera dopo questa gita “operatoria” dove faranno gli esami preoperatori e i controlli che lo Stato paga? Verranno stornati dalla prestazione o pagati doppi dai cittadini? Come variano le liste di attesa lombarde? Le strutture private lombarde ne traggono beneficio?

Certo sono soldi “freschi”, fuori dal tetto attribuito dalla Regione, ma ciò che è assurdo è che arrivino da un paese piemontese che ha un ospedale pubblico in cui è presente una Unità operativa di oculistica. Fortunatamente, grazie all’accesso agli atti quell’autobus da mesi è stato sospeso ma ho il sentore che abbiano solo cambiato strada e che i viaggi di gruppo continuino. Chi controlla? Perché il centro del sistema che permette equilibrio fra pubblico e privato è lo sviluppo di un sistema di controlli appropriato che non sfrutti il controllo esclusivo degli elaborati scritti dei medici come avviene adesso (i Nuclei operativi di controllo controllano i ”timbri e le firme” delle cartelle cliniche). Occorre sviluppare, secondo me, un sistema di controlli con Unità operative di controllo regionali, una per specialità, che controlli effettivamente i pazienti, clinici e chirurgici, in modo randomizzato per sapere se il lavoro dei medici è appropriato ed in modo da avvicinare il cittadino a chi paga il servizio sanitario.

Ho sviluppato e pubblicato questo sistema nel 2003 quando ho rivisitato, secondo le indicazioni del dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano, 61 pazienti dei 3070 operati in tre anni per vedere se avessero avuto o meno una complicanza specifica. Ho confrontato il dato della struttura dove lavoravo con il dato regionale corrispondente ed ho notato che questa complicanza era molto alta a livello regionale rispetto a quello che avevo trovato io. Il sistema sanitario avrebbe potuto risparmiare circa 500.000 euro all’anno solo per questa problematica. Naturalmente il cittadino molto di più in tempo e rischio. Ma nessuno ha mai voluto provare a sperimentare questo sistema ad ampio raggio.

La conferma che un sistema di controllo sanitario deve essere messo in atto lo ha dato proprio l’ultima puntata di Presa Diretta alla quale dovevo partecipare. Una struttura privata accreditata psichiatrica di Tivoli che per il convenzionamento pagava il 2% dell’incasso pubblico, corrispondente a 8 milioni di euro, per gestire 200 pazienti come fossero in un lager

Se ci fossero più controlli sui pazienti e meno tavoli di lavoro credo che almeno le condizioni di “malnutrizione” per risparmiare soldi sarebbero emerse.
Ascoltare queste cose mi fa vergognare di essere medico. I medici e gli operatori sanitari che lavorano in quel lager pensano solo allo stipendio o avrebbero potuto denunciare la situazione disastrosa?