Ieri un mio amico è volato in cielo. Abituato – anche non più giovanissimo – a discenderne con il paracadute, stavolta ne è stato risucchiato.

Non aveva paura della morte. L’aveva già vista e, quando ne parlava magari ad interlocutori increduli, descriveva quel che c’era dall’altra parte come qualcosa di soave. Nonostante i suoi discorsi in proposito è bastato l’sms di un comune amico per spezzarmi il cuore.

Cino non c’è più.

Nel giro di un istante i messaggi, di ogni genere, hanno cominciato a mitragliarmi man mano che la notizia si diffondeva. Non ho trovato la forza di rispondere a nessuno, paralizzato da un dolore profondo, divorato dal rimorso di non aver trovato il tempo di andarlo a trovare a Milano dopo avergli promesso – un mese fa o giù di lì – di fare tutto il possibile per riabbracciarlo e di parlare delle tante cose da fare insieme. Sì, perché era l’unico così “grandicello” a sognare ancora come un bimbo, a far progetti come un adolescente, a non arrendersi mai.

Del suo infinito patrimonio professionale in queste ore hanno già parlato tutti, anche quelli che negli ultimi anni non si ricordavano quel che oggi avrebbero scritto. Regista, autore, presentatore e così a seguire in una lista che non riuscirebbe ad elencare le facce di poliedrico personaggio che ha fatto una televisione che non c’è più. Un mago, e non necessariamente lo Zurlì che lo ha etichettato per una vita, i cui prodigi era avvolti da un impalpabile involucro di generosa bontà.

Cino Tortorella mi è stato vicino quando si è vergognosamente conclusa la mia avventura in Guardia di Finanza e nella mia breve esperienza come manager in una società telefonica scelse di accompagnarmi in una avventura meravigliosa che poi fu interrotta alla mia non meno tormentata uscita da quella azienda. Era un progetto di sensibilizzazione e formazione per la tutela dei minori alle prese con Internet e tecnologie apparentemente amiche. Aveva carattere itinerante e prevedeva il coinvolgimento – nelle varie città – di chiunque potesse contribuire a migliorare il rapporto tra i giovanissimi e l’universo, digitale e non, che li circondava. Si chiamava “Anche io ho qualcosa da dire” e dava la parola a insegnanti, psicologi, pediatri, avvocati, assistenti sociali, esperti hi-tech e di sicurezza, preziosissimi genitori coraggiosi, che gratuitamente testimoniavano la loro esperienza nelle aule delle scuole locali. Mi aiutò con uno slancio straordinario partecipando – senza mai aver nulla a che pretendere – alle iniziative e prestandosi alla moderna reinterpretazione del suo ruolo di amico dei bimbi un tempo al di là dello schermo in bianco e nero.

Scegliemmo di far partire il nostro tour da Genova, dalla Diaz, quasi a voler restituire a quelle mura la suprema funzione educativa che era stata ignobilmente mortificata dalle inqualificabili violenze che ne hanno perpetuato la memoria.

Ci trovammo tutti contro. L’inopportunità, già.

Mi disse che dovevamo farlo proprio perché il farisaico apparato dell’intellighenzia genovese – capitanato da rappresentanti della Confindustria all’ombra della Lanterna – aveva “suggerito” di astenerci da una simile iniziativa. “Dobbiamo dare un esempio diverso ai più piccoli, andiamo avanti…” si lasciò scappare, aggiungendo che quel giorno sarebbe stato al mio fianco. Nel capoluogo ligure si fecero 80 conferenze in quattro giorni, coinvolgendo l’intera popolazione scolastica del capoluogo ligure e anticipando concretamente le invece timide iniziative in tema di cyberbullismo, sexting e dintorni. Un successo memorabile, qualcosa di irripetibile.

Ho impressa nella mia mente l’immagine di Cino nella tappa di Catanzaro, sede di 85 incontri in tre sole giornate. Lo rammento sorridente, felice, più giovane dei ragazzi che avevamo di fronte, alla premiazione di una docente che per l’occasione fu goliardicamente costretta ad intonare “Il valzer del moscerino”. A chiudere gli occhi sembrava – almeno agli adulti in quell’aula magna – che il tempo non fosse mai passato.

Carissimo Cino, non riesco ancora a credere che tu non sia più con noi e fermo qui la corsa delle mie dita sulla tastiera. A parafrasar Guccini, “voglio ricordarti come eri, che come allora sorridi…”.

@Umberto_Rapetto