L’acqua è il nuovo oro nero. Non potrebbe essere diversamente, dato che nel mondo quasi un miliardo di persone non hanno accesso a fonti sicure di acqua potabile. Non è un caso se un mese fa, durante un seminario alla Pontificia accademia delle Scienze Papa Francesco ha detto: “Mi domando se in questa terza guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo non stiamo andando verso una gran guerra mondiale per l’acqua”. Di certo è già in atto, a causa della scarsità di questa risorsa, la peggiore crisi alimentare dal secondo dopoguerra a oggi in Nigeria, Sud Sudan, Somalia e Yemen, Paesi devastati dai conflitti armati. Da Durban, in Sud Africa, in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, è stato presentato il nuovo report delle Nazioni unite. Il messaggio è chiaro: a un ecosistema fragile e a risorse limitate si può far fronte valorizzando l’acqua proveniente dall’utilizzo domestico, agricolo e industriale, perché “quelle reflue, una volta trattate, potrebbero dimostrarsi di enorme valore, in grado di soddisfare la crescente domanda di acqua dolce e di altre materie prime”. Ad oggi, invece, per l’Onu le acque reflue rappresentano “una preoccupazione sanitaria e ambientale”. Basti pensare che i Paesi a basso reddito, in media, trattano appena l’8% dei reflui domestici e industriali, rispetto al 70% dei Paesi ad alto reddito. Ne consegue che “una percentuale consistente viene tuttora immessa nell’ambiente senza alcun progetto di raccolta o di trattamento”. Con costi enormi a livello globale. D’altro canto, anche in Italia la cattiva depurazione costa: in primis i 62,69 milioni di euro di multa comminata dalla Commissione Ue e i 347mila euro per ogni ulteriore giorno di ritardo.

QUASI UN MILIARDO DI PERSONE SENZA ACQUA SICURA – Secondo i dati del World Water Council 923 milioni di persone in tutto il Pianeta non hanno accesso a fonti sicure di acqua potabile: 554 in Asia (il 12,5% degli abitanti del continente), 319 milioni nell’Africa Sub-Sahariana (il 32% della popolazione) e 50 milioni in Sud America (l’8%). Il record negativo è in Papua Nuova Guinea, dove solo il 40% degli abitanti ha accesso a fonti di acqua pulita. Seguono la Guinea Equatoriale (48%), l’Angola (49%), il Ciad e il Mozambico (51%), la Repubblica Democratica del Congo e il Madagascar (52%) e l’Afghanistan (55%). Il World Water Council stima che “il costo dell’insicurezza delle risorse idriche sull’economia globale sia di 500 miliardi di dollari all’anno, a cui bisogna aggiungere quello per l’impatto ambientale, con il quale si arriva all’1% del prodotto interno lordo globale”. E se l’Organizzazione mondiale della sanità indica nella quantità di 40 litri di acqua al giorno, il fabbisogno per persona, mentre nei Paesi ricchi se ne consumano 425 litri, in quelli poveri si scende drasticamente a dieci.

IL RIUTILIZZO E GLI OBIETTIVI SOSTENIBILI – Ecco perché il tema del riutilizzo rilanciato dalle Nazioni Unite diventa strategico. Tra l’altro, fra gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, sottoscritto nel 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu, c’è anche quello di dimezzare i quantitativi di acque reflue non trattate e di aumentare il riutilizzo di quelle sicure. Nel report presentato a Durban le Nazioni Unite suggeriscono di puntare su “una migliore gestione riducendo l’inquinamento alla fonte, la rimozione delle sostanze contaminanti dai flussi di acque reflue, il riutilizzo delle acque depurate e il recupero di sottoprodotti utili”. Ad oggi, invece, anche nella stessa Europa vengono trattati più di 40mila milioni di metri cubi di acque reflue, ma ne vengono riutilizzati soltanto 964 milioni.

L’APPELLO DELL’UNICEF – Eppure le pratiche suggerite dalle Nazioni Unite diverranno sempre più una necessità se, come denuncia l’Unicef, quasi 600 milioni di bambini (1 su 4 nel mondo) entro il 2040 vivranno in aree con risorse idriche estremamente limitate. Secondo un rapporto dell’Unicef, sono oltre 800 i bambini sotto i 5 anni che muoiono ogni giorno per diarrea causata da acqua e servizi igienico-sanitari non adeguati, mentre le donne e le loro figlie impiegano globalmente 200 milioni di ore ogni giorno per raccogliere acqua. Secondo il dossier, 36 Paesi stanno attualmente affrontando alti livelli di stress idrico, causati da una richiesta che supera ampiamente le fonti disponibili rinnovabili. Una situazione che deriva anche dall’ambiente: temperature più calde, innalzamento dei livelli del mare, inondazioni sempre più frequenti, siccità e scioglimento dei ghiacci influiscono sulla qualità e la disponibilità dell’acqua e dei sistemi sanitari.

L’ITALIA E IL TEMA DELLA DEPURAZIONE DELL’ACQUA – Anche l’Italia ha i suoi problemi irrisolti. Nel Belpaese, denuncia Legambiente, il 25% della popolazione non è servita da un adeguato servizio di depurazione, sono 104 gli agglomerati urbani coinvolti da provvedimenti di condanna della Corte di Giustizia europea risalenti al 2012, 14 le Regioni interessate (Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Puglia, Sicilia, Lazio, Lombardia, Marche, Sardegna, Valle D’Aosta, Veneto e Piemonte). Il 63% delle infrazioni relative alla condanna del 2012 riguarda la Sicilia. Poco rassicuranti anche le analisi sulle acque. “Nel 2016 – ricorda Legambiente – su 265 campioni di acqua analizzati da Goletta Verde di Legambiente, il 52% è risultato con cariche batteriche, elevate specialmente in prossimità di foci, fossi e canali, per mancanza di depurazione e scarichi illegali”. Le situazioni più critiche sono state riscontrate in Calabria, nelle Marche e in Abruzzo “regioni penalizzate anche dall’elevato numero di corsi d’acqua, canali e fossi che sfociano in mare”. Ai ritardi e ai casi di cattiva depurazione, si aggiungono le altre sentenze dell’Unione Europea: oltre alla condanna del 2012, c’è quella del 2014 e una terza procedura di infrazione europea ancora in corso per il mancato rispetto della direttiva 91/271 sulla depurazione degli scarichi civili. Ci sono poi 62,69 milioni di euro di multa comminata dalla Commissione Ue all’Italia e i 347mila euro per ogni ulteriore giorno di ritardo. Si arriverebbe così a pagare oltre 185 milioni di euro solo nel primo anno, oltre al costo degli interventi.