di Riccardo Pizzorno per @SpazioEconomia

C’è un settore dell’economia mondiale che non è in crisi e, anzi, registra robusti segnali di crescita. Ma non è una buona notizia, perché si tratta della produzione e del commercio delle armi. Due esempi danno un’idea della posta in gioco: nel 2017 la Cina supererà il miliardo di yuan per la spesa in armamenti e il governo Trump degli Stati Uniti varerà un piano di riarmo pari a 52 miliardi di dollari.

A livello globale si tratta nel complesso di una torta di 1.676 miliardi di dollari, il 2,3% dell’intero prodotto interno lordo mondiale.

Guardando alle spese militari dei singoli Stati, al primo posto ci sono ancora gli Usa che però risultano in lieve calo, seguiti nell’ordine da Cina, Arabia Saudita e Russia, tutti e tre in sensibile aumento. La posizione dell’Arabia Saudita dice molto sul livello di tensione e conflitto nello scacchiere di cui è parte.

Per lo Stocholm international peace research institute (Sipri) l’Italia si colloca al dodicesimo posto e la sua spesa militare è in diminuzione. Ma per la Rete per il disarmo (il coordinamento nazionale a cui partecipano molte organizzazioni), l’istituto svedese non computerebbe alcune voci che nel bilancio statale italiano sono allocate diversamente. In un’indagine realizzata dall’Osservatorio Milex spicca infatti una cifra su tutte: 23,3 miliardi di euro in un anno, oltre 64 milioni al giorno. Secondo gli autori dell’indagine, è quanto l’Italia ha destinato alle spese militari per il 2017: l’1,4 per cento del Pil, in leggero aumento rispetto al 2016 e in rialzo del 21 per cento sul 2006.
Secondo la relazione annuale del governo sull’export militare del 2015, presentato nel 2016, c’è stato un aumento del 220 per cento delle autorizzazioni alle esportazioni di armi rispetto al 2014 e il volume di affari ha raggiunto i 7,9 miliardi di euro a fronte dei 2,6 miliardi dell’anno precedente. Il trend continua a crescere.

 

Sempre grazie all’attività di ricerca del Sipri emerge che i principali clienti dell’Italia sono gli Emirati Arabi Uniti seguiti da India e Turchia.
L’esportazione e il commercio di armi verso Paesi in guerra o coinvolti in vari conflitti è in contrasto con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni unite (“Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Le misure prese da Membri nell’esercizio di questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quell’azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale, ndr) ed è esplicitamente vietato dalla Legge 185 del 1990. Il divieto si può aggirare come di fatto accade soltanto nel caso in cui i due governi abbiano stipulato un accordo intergovernativo nel campo della Difesa con menzione specifica della regolamentazione dell’import-export dei sistemi di arma. Il caso più grave riguarda le forniture belliche alle forze aeree del regime Saudita, che da oltre un anno conducono bombardamenti indiscriminati su città, scuole e ospedali in Yemen.

Ultimo dato importante che emerge dalla relazione è l’aumento del ruolo d’intermediazione finanziaria delle banche italiane nel business delle forniture belliche. Se la parte del leone rimane alle banche straniere (Deutsche Bank e Crédit Agricole sopra tutte) si fanno strada sia Unicredit (passata dal 9 al 12% delle operazioni) che Intesa Sanpaolo (dal 2 al 7,4%) che Unicredit (dal 9 al 12%). Seguono con percentuali minori Bnl, Ubi (Banco di Brescia, Popolare Commercio e Industria, Regionale Europea), una sfilza di “popolari” e perfino Poste italiane.

Nell’analisi delle spese militari del mondo, non possiamo esimerci dal considerare i dati della Nato. Essa è nata per la collaborazione nella difesa delle Nazioni aderenti e ne fanno parte attualmente 28 Paesi. L’Alleanza Atlantica è nata come strumento di difesa collettiva : l’art. 5 del Trattato di Washington stabilisce infatti che “le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso delle forze armate, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale“.

Il budget della Nato è in crescita. Nel 2015 gli alleati europei nella Nato hanno speso per la difesa 253 miliardi di dollari contro i 618 miliardi spesi dagli Stati Uniti. Per rispettare l’accordo che prevede una spesa minima pari al 2% del Pil, i Paesi europei dovrebbero aumentare di 100 miliardi il loro budget militare annuale. Il loro contributo attuale si ferma infatti all’1,43% del prodotto interno lordo.

A gennaio vi è stata una bacchettata dell’amministrazione Trump a tutti i paesi alleati che non hanno raggiunto la soglia minima di spesa militare stabilita dall’Alleanza atlantica: il 2 per cento del Prodotto interno lordo nazionale. E nel mirino, oltre a Germania, Danimarca, Olanda e ad altri 18 stati, c’è anche l’Italia, che nel 2016 ha investito “solo” l’1,11 per cento del Pil.