Nessuno va biasimato. Quando i padri fondatori dell’idea stessa d’Europa formularono la loro ipotesi geopolitica visionaria, ci voleva già tutta per immaginare tedeschi, francesi e inglesi uniti sotto lo stesso tetto. Da allora il percorso è stato notevole, anche se approntato sotto l’egida di principi deviati. Prima come Mec, mercato, poi come Cee, economia, dunque come Euro, moneta, ebbe il predominio lo strumento invece del fine. Unire genti diverse dando loro un comune modo di comprare e vendere, e immaginando che così si sarebbero compresi e sostenuti a vicenda è stato come prendere due condomini litigiosi e dar loro un telefono per dirsene di tutti i colori. Inutile. Anzi, spesso dannoso.

L’economia ha occhi sottili, vede lontano, ma è malata di presbiopia. Non guarda al destino dell’uomo, ma al proprio interesse di parte, che a volte prescinde da ciò che serve alla vita. Occorreva guardare lontano, certamente, ai confini settentrionali e orientali, ma senza perdere di vista ciò che è vicino, o in altra direzione. Pianteremmo mai un orto biologico senza curarci della natura del terreno confinante? Costruiremmo mai un ospedale accanto a una palude? Nel mondo sempre più interconnesso e allargato, siamo condannati a non avere visioni intermedie: o ci occupiamo di un paesino, o dobbiamo ampliare la visuale al mondo.

L’obiettivo, soprattutto, non doveva essere uniformare tanti diversi a qualcosa di simile, uno stile di vita o una filosofia comune media sull’esistente, ma cogliere i tanti spunti disponibili per immaginare un Nuovo Modello di Sviluppo, nostro, originale, senza scimmiottare modelli altrui, valido anche per il futuro. Proprio l’Europa, culla di una quota fondante del pensiero umano, ha dunque peccato di mancanza di originalità, di scarsa autostima, ed è diventata follower. Ed ecco l’errore, aver attinto solo da ciò che è parso geograficamente e frettolosamente contiguo. L’Europa è nata monca, per questo vacilla. Le manca una componente fondamentale, necessaria per ottenere gli stimoli necessari a questo disegno: il Mediterraneo. Nata sbilanciata, senza il contrappeso del sud, non ha saputo mitigare la sua vocazione mercantile con quella esistenziale, la sua economia alla filosofia della vita. Ad essere negativi, dovremmo parlare oggi di un errore geopolitico e culturale molto grave fatto dai primi progettisti. Ad essere più ottimisti, possiamo considerare concluso un primo, importante, essenziale passo verso la costruzione di un’area Euromediterranea.

Non dobbiamo spaventarci di questo. Chi pensò l’Europa per primo aveva davanti tragiche macerie, divisioni apparentemente insanabili, rancori di ogni sorta, e ben altro ancora avrebbe dovuto osservare nel prosieguo. Non diversamente da oggi, guardando il Mediterraneo, che appare in guerra, diviso, insanabile. Eppure sognarono, quei primi innovatori, così come oggi spetta a noi allargare l’angolo di osservazione, ampliare la profondità dello sguardo. Vedere quello che si vede già non è cosa lungimirante, occorre saper cogliere ciò che tutti vedranno domani.

E per evitare gli errori del passato, i primi a studiare, ipotizzare, disegnare a schizzo su un foglio il più bianco possibile, dovrebbero essere i filosofi, gli uomini di cultura, gli storici. Deve partire oggi, proprio nel caos di questa nostra epoca convulsa e instabile, il primo pensiero di questa nuova porzione di mondo. Serve un “racconto” comune, occorre scrivere una storia capace di intrecciare le trame di tutti in cui nessuno sappia riconoscersi integralmente. Storia a tutti nota, per tutti esotica. L’occasione è preziosa, e non va perduta. È quando tuonano le bombe, quando molto sta crollando, che occorre già immaginare la ricostruzione. E stavolta, se sappiamo imparare dagli errori, che l’economia venga tenuta in anticamera, finalmente. Che venga fatta entrare solo quando serve consultarla, come si fa con i tecnici, con tutto il dovuto rispetto. Che chi fa i conti faccia i conti, e non si lanci a scrivere storie che mai sapranno emozionare qualcuno. Lasciarle il compito di fare le leggi, a suo uso e consumo, stabilendo la regola del più forte invece che quella della vita, lo stiamo già pagando abbastanza sulla nostra pelle.