C’è una storia che non si studia a scuola (chissà poi perché). E c’è una storia che si impara fuori dalle aule. La mostra genovese Gli anni del 68 che si è chiusa lo scorso 26 febbraio alla Loggia degli Abbati di Palazzo Ducale, fa parte di questa seconda categoria. Ed è un vero, insospettabile record che, in un solo mese, abbia attratto 11.000 visitatori e 300 scuole con tanto di professori-ciceroni. Formidabili quegli anni (’88) è il titolo di un libro di Mario Capanna che conservo gelosamente con una dedica dell’autore. Formidabili? Per certi versi sì. Ma anche pieni di contraddizioni e confusioni.

Il curatore del catalogo della mostra, Giuliano Galletta, spiega che gli organizzatori, lui con Roberto Rossini, Manlio Calegari e Sandro Ricaldone, per dare vita alla rassegna si sono imbattuti in “faldoni di documenti che racchiudevano le tracce della vita di chi li aveva donati” all’Archivio del Movimenti di Genova “ma che al tempo stesso avevano assai poco di ‘personale’. Prevaleva infatti l’anonimato del gruppo, del collettivo, dell’assemblea, del comitato”. E difatti è proprio questo uno dei fil rouge (assolutamente e politicamente rouge) dell’esposizione: la comunione di intenti, almeno a grandi linee, sul tema fondamentale dei diritti dell’Uomo.

Gli eventi descritti sono, dicevo, pezzi di una storia contrastata, dalle istituzioni, certo, ma anche dalle controversie interne ai movimenti. In mostra, ho visto le immagini della nave maoista bloccata nel porto di Genova; del primo collettivo femminista; del primo giorno di lavoro di un operaio; delle occupazioni alla facoltà di Medicina, Lettere e Architettura (quest’ultima a Firenze perché allora a Genova non c’era, racconta Rinaldo Luccardini); della comune hippie di Ovada; dei giorni della radiazione dal Pci dei militanti de Il Manifesto; della rivoluzione di Basaglia nei manicomi-lager; degli Scienziati per il Vietnam; del Collettivo Operaio Portuale.

E ancora storie di agitatori culturali, di cinema sessantottino alternativo, ben delineato da Renato Venturelli; dei primi movimenti gay; dell’autoriduzione proletaria; dei comontisti e dei luddisti, inizialmente ruotanti attorno al docente universitario Gianfranco Faina, scomparso a soli 46 anni (Alfredo Passadore, uno dei protagonisti di allora, scrive: “Nell’ambiente giravano prepotenti inviti a passare alla clandestinità in cui purtroppo caddero numerosi e stimati ingegni, compreso quel Faina che per me era stato all’origine di tutta questa vicenda”).

Insomma, una mastodontica documentazione rimasta sepolta per l’ ignavia delle istituzioni culturali che sarebbero deputate a far sì che la memoria di un società non venga inghiottita dal buco nero del dimenticatoio. Significativa, in questo caso, la latitanza, se non nei timbri puramente rappresentativi sul catalogo, da parte di Comune, Provincia e Regione. Tutto è stato realizzato a base di volontariato: gli 80 soci dell’Associazione legata all’Archivio, un po’ di crowdfunding e semplici cittadini. Al di là dei contenuti “scritti”, il valore della mostra sta, soprattutto, nella parte iconografica: le manifestazioni contro il regime greco dei colonnelli e quelle, più ingenue, di sit in antimilitaristi “per un mondo unito senza violenza” (’67), gli studenti accampati nelle Università occupate, la polizia schierata a protezione di Amintore Fanfani che parla contro il divorzio, le femministe (il manifesto di una donna incinta in croce).

E ancora le pagine originali dei quotidiani Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Lotta Comunista, ma anche l’Espresso, Il Quotidiano dei lavoratori (“Mao è morto”), Il Lavoro (“Colpiti ma non piegati” dopo l’assassinio di Guido Rossa ad opera delle Br), Potere Operaio (“Sì alla violenza operaia”), per cui il direttore Tolin fu arrestato per ordine del magistrato Vittorio Occorsio, poi ucciso dall’eversione di destra nel 1976. Una mostra che dovrebbe essere itinerante. E, anche se i protagonisti di allora hanno preso strade diverse (chi si è integrato nella società allora nemica, i big di Lotta Continua docent – molti degli autori dei saggi sul catalogo provengono da famiglie borghesi e spesso benestanti, pochi da famiglie operaie – chi ancora oggi crede in quei valori, chi ha cambiato bandiera, chi è stato risucchiato dalla follia terrorista, un comune denominatore, pur retrodatato, resta: la volontà (cosa diversa dalla voglia) di cambiare le cose, oggi piuttosto scarsa, diciamo la verità.