Con le dimissioni di Luca Cordero di Montezemolo dalla presidenza di Alitalia crolla l’ennesima foglia di fico di una privatizzazione fallita, il cui obiettivo era unicamente quello di mantenere un sistema consociativo e corporativo. Sempre lontani dal mercato ma vicini ad interessi di fornitori, manager, politica nazionale e territoriale (ad esempio Fiumicino), l’ammucchiata di questa ventina di azionisti ha fatto pagare agli italiani i propri errori, prima e dopo la privatizzazione, beneficiando di aiuti di Stato a pioggia senza che poi nessuno verificasse i risultati raggiunti.

Nelle ultime due gestioni i diversi azionisti privati avevano scambiato con favori politici il loro ingresso nell’azionariato. I capitani coraggiosi, prima quelli messi assieme da Berlusconi e poi quelli uniti da Renzi, non hanno risolto una crisi che dura da quasi venti anni: il contributo di banche come Intesa ed Unicredit, di Poste Italiane e anche di grandi compagnie come Air France, Klm e per ultima Etihad non ha portato a nessun progresso.

I miliardi lasciati sul campo, invece, non si contano: ammorizzatori sociali, acquisti di beni e servizi (kerosene), super stipendi ai manager, rotte fallimentari, costi unitari per passeggero elevati, costi della manutenzione fuori controllo, nuove divise, consulenze e infine costi delle linee di credito dei prestiti delle banche azioniste nel doppio ruolo di creditori e prestatori di denaro a se stessi. A queste voci vanno aggiunti i debiti pregressi, i costi aumentati del fondo di previdenza con trattamenti economici per migliaia di addetti – come la cassa integrazione di lusso per tempi lunghi (7 anni) – degli ammortizzatori sociali che sono diventati assistenziali, del mantenimento del monopolio su alcune rotte e della posizione dominante sullo scalo di Linate con l’80% degli slot. Abbondano poi copiose le nuove assunzioni pur nella consapevolezza di non avere prospettive di competitività.

Chissà se per i Benetton, contemporaneamente azionisti e gestori dello scalo base di Alitalia a Fiumicino, è meglio vendere servizi aeroportuali come Adr o comperarli in qualità di azionisti. La compagine di dirigenza privata (51%) raccogliticcia, meglio definita Arlecchino, non ha mai espresso una politica industriale visto che nessuno aveva esperienze nel settore.

La crisi di Alitalia e le sue gestioni clientelari\consociative oltre che far male all’azienda, alle casse dello Stato e ai consumatori (che hanno pagato per anni tariffe proibitive) ha fatto male a tutto il sistema aeroportuale italiano. In particolare ha vanificato, riducendone sensibilmente lo sviluppo, il più grande investimento aeronautico di fine secolo, Malpensa 2000. Non solo ma la risposta all’arrivo sul mercato nazionale delle compagnie low cost di fatto è stata finanziata indirettamente dallo Stato che ha ristrutturato piccoli e inutili scali (dal solo sapore campanilistico) in cui al posto della compagnia di bandiera hanno fatto breccia quelle emergenti. Insomma lo Stato, a vari livelli, ha pagato tutto e tutti, distruggendo ricchezza in un settore che, al contrario, dovrebbe crearla.