Ma a Parma nessuno ancora lo ha fatto sparire? Che fa sto scimmione non esce di casa? Perché se dopo ciò che dice nessuno lo ha ancora scannato vuol dire che li in Emilia siete proprio dei coglioni…”. E’ solo uno dei numerosi commenti scritti sul profilo facebook di Bello Figo, il rapper (possiamo chiamarlo così?) di origine ghanese che ha fatto imbestialire la destra ma anche qualcuno a sinistra. Sommerso da una marea di insulti, alcuni suoi concerti sono stati cancellati a causa delle minacce rivolte ai proprietari dei locali dove era prevista la sua esibizione.

A dare fastidio di Bello Figo sono le sue canzoni, in particolare “Non pago affitto”, in cui l’artista – prendiamo questa parola in senso ampio, ampissimo – dice “vogliamo WiFFi, WiFFI anche stipendio\ Io dormo in albergo a quattro stelle\ Perché sono bello, ricco, famoso, nero”. In sostanza fa il verso ai destrorsi razzisti di casa nostra, quelli del “questi vengono qui a spese nostre, stanno in albergo e non lavorano”. Ma se questa affermazione fosse vera, allora le canzoni di Bello Figo non dovrebbero essere accolte dagli xenofobi come una sorta di “coming out del profugo che finalmente ammette di essere qui a sbafo”?

A rigor di logica – anche se logica non c’è – dovrebbe essere così. E per coerenza ci saremmo aspettati che la destra chiamasse Bello Figo sui palchi delle kermesse, della “polenta e osei”, a portare la sua testimonianza di profugo pentito che finalmente canta tutte le malvagità che ha fatto. Invece no, non è accaduto perché il rapper – mi scuseranno gli amici rapper – è invece riuscito a mettere in ridicolo queste argomentazioni da bar e a rigettare addosso questi slogan a chi li ha usati per raccattare qualche voto.

Se Bello Figo – ex Gucci boy – avesse cantato con meno parolacce, cercando un linguaggio più consono e più ricercato avrebbe avuto lo stesso effetto? E’ probabile di no. Altrimenti Ciamioncino, che fa delle belle canzoni, meno volgari e con un messaggio antirazzista, sarebbe famoso e farebbe discutere tanto quanto Bello Figo che fino a quando cantava “Pasta con il tonno” era rimasto uno simpatico youtuber. Mentre oggi le sue canzoni possono anche incidere sul risultato elettorale di un referendum. Come ha scritto Aldo Cazzullo, editorialista del Corriere della Sera, “la canzone in cui – Bello Figo – annuncia beffardamente il Sì al referendum ha danneggiato il povero Renzi ben più degli appelli di Zagrebelsky”.

Insomma, dietro la vittoria del No potrebbe esserci stato il re dello Swag. Probabilmente, in questa epoca di populismo e mancanza di una cultura di massa, di punti di riferimento limpidi e di una sinistra capace di fare la sinistra, abbiamo bisogno di Bello Figo per darci una svegliata tutti quanti. Quindi ben venga il suo Swag.