“Avevo tanta paura, il mio cuore batteva forte. Volevo solo che finisse presto tutto. Quando sono arrivata a casa sono entrata nel bagno ho cominciato a lavarmi, a strofinarmi e ho visto che c’era del sangue”. Queste parole sono state pronunciate ieri sera durante il servizio de le Iene da Anna Maria Scarfò, la giovane originaria di San Martino di Taurianova, un paesino in provincia di Reggio Calabria, abusata e violentata dal branco.

Il suo incubo è iniziato 18 anni fa, quando aveva solo 13 anni, una bambina, stuprata, picchiata e maltrattata da un gruppo di balordi che hanno fatto di lei quello che volevano per ben due anni. Anna Maria ha avuto paura all’inizio, non ha saputo denunciare, né raccontare il fatto ai suoi genitori. Pensava di non riuscire mai più a liberarsi ed avere una vita normale. Ad un certo punto, però, nel casolare dove la ragazza subiva ripetute violenze volevano portarci anche la sorella di Anna Maria, che era più piccola. Ed è stato in quel momento che la vittima si è ribellata, ha denunciato “per amore di un’altra donna, per amore di mia sorella” come lei stessa dice.

In quegli anni terribili per la giovane, molti sapevano ma nessuno ha fatto niente per migliorare le condizioni di questa ragazza. Neppure l’allora parroco del paese, don Antonio Scordo, come avevo raccontato in questo post, condannato a un anno per falsa testimonianza, pena sospesa e non menzione, ha aiutato la ragazza. “Anna aspetta – diceva il prete – non puoi fare uno scandalo. Nemmeno tu sai quello che è successo”. Però lui in tv ha detto che non si ricorda di aver mai sentito le confessioni sugli abusi da parte della ragazza. Lei sostiene il contrario.

I protagonisti di questa complessa e drammatica vicenda sono più di due. Certamente Anna Maria e il branco, le istituzioni completamente assenti, poi la gente del paese che ha accusato Anna Maria e non gli stupratori fino ad arrivare a oggi con qualcuno che si è sentito offeso dal servizio andato in onda in televisione.

A San Martino di Taurianova, nonostante siano passati tanti anni e quattro degli stupratori siano stati condannati in via definitiva, la gente pensa che Anna Maria sia ancora una “puttana”. La Malanova (la cattiva notizia, l’augurio di disgrazia) che, pensate, a soli 13 anni, provocava tutti: “Si alzava la gonna in piazza davanti ai vecchi”. Insomma, se le è accaduto qualcosa non è colpa degli abitanti di San Martino, ma la sua, che era un demone provocatore. Che “non lasciava in pace” nemmeno i vecchietti in piazza. E poi ci sono le donne, le madri, le mogli di quegli stupratori che ancora oggi, con forza, difendono i loro mariti e non credono alle parole di Anna Maria. La ragazza è dovuta scappare dal luogo dove è nata ed è cresciuta, per la sua incolumità fisica è rientrata in un programma di protezione speciale, quello riservato ai testimoni di giustizia. Ora vive in una località protetta lontano da tutte quelle voci che ancora quando chiude gli occhi sente dietro di lei “puttana, malanova, rovina del paese”.

Sono convinta che non bisogna mai generalizzare. Le storie di violenza e i casi di femminicidio sono un fenomeno che ha drammaticamente contagiato il mondo e non solo la Calabria e quindi non voglio fare discorsi retorici sul Sud. Certo è che sentire le parole di quella gente che difende i violentatori (per giunta indifendibili considerata la sentenza di terzo grado, che li inchioda definitivamente alle loro responsabilità) e, invece, condanna una donna che all’epoca aveva solo 13 anni, fa male. Fa molto male. Ed è uno spaccato reale, nessun filtro, nessuna invenzione. Perché Anna Maria è stata ferita più dai commenti della gente e dalle ingiustificate critiche che le muovono (ancora oggi che è una donna) che neppure dalle violenze e dei maltrattamenti subiti in doloroso silenzio per due anni e che sta superando grazie all’assistenza di professionisti che la stanno aiutando ed anche all’aiuto di associazioni come la Collettiva AutonoMIA di Reggio Calabria e alcuni sindaci dei vicini centri, come Cinquefrondi.

La Calabria è anche altro. Come molti si sono affrettati a dire. Ci sono molti uomini e donne che lavorano costantemente per cambiare le cose. Se da una parte ci sono realtà arretrate, dall’altra c’è un Sud in movimento, coraggioso e forte. Ma non si può tacere l’arretratezza per raccontare la parte migliore, come molti hanno sottolineato dopo il servizio. I nostri figli, i ragazzi più giovani, le nuove generazioni, devono conoscere ed anzi, hanno il diritto di conoscere, anche quella parte minoritaria e arretrata che pure esiste. E da questa consapevolezza devono ripartire per cambiare la città in cui vivono, affinché di fronte ad abusi e violenze incredibili non ci si volti più dall’altra parte e si faccia cerchio intorno alla vittima e non intorno agli orchi.

Ritengo per questo motivo incredibile il dibattito scatenato sui social, improntato a difendere l’immagine e la buona gente che vive in quei paesi, piuttosto che essere di condanna per chi ancora tace e di solidarietà ad Anna Maria che ha avuto la forza di un leone e il coraggio di guardare oltre, più di tutti noi. Il suo è un esempio di determinazione e grande forza di volontà. L’unico messaggio che mi è arrivato guardando la trasmissione è questo e da questo messaggio bisogna ripartire affinché ciò che è accaduto a lei non accada più a nessuna donna, né al Sud né al Nord, fa lo stesso.