I primi giorni di scuola, anni fa, se ne stava da parte, seduto composto nel suo banco, silenzioso ma attento alle mie parole. Aspetto e colori rivelavano evidenti origini maghrebine, così ogni tanto gli chiedevo se avesse problemi di comprensione e lui, intimidito, dimostrava di aver capito traducendo qualche parola difficile nel suo francese imparato in patria. Sulle questioni più importanti, prendeva precisi appunti chiosando in arabo. Si diplomò con un bel voto: l’avevo aiutato nelle ricerche per la sua tesina sulle modifiche costituzionali tunisine seguite alla “Primavera araba”.

Nel frattempo, non aveva mai smesso di praticare la sua religione e il gruppo di musulmani che si era costituito a Rebibbia lo aveva nominato “imam”, per il semplice fatto di aver dimostrato maggiori conoscenze e qualità di tutti. Da parte mia, non ho mai mancato di procurargli gli orari delle preghiere che per loro cambiano ogni giorno, di mese in mese, in base alla posizione del sole. Era anche nel direttivo del circolo degli stranieri, dove si organizzano manifestazioni di vario genere.

Una volta, rimasti soli a margine di una lezione, mi confessò il suo profondo rammarico per tutto il male che aveva procurato spacciando droga e rovinando tante persone e le loro famiglie. Gli dissi con un sorriso che non sapevo quanto fosse sincero ma che tuttavia era esattamente quel sentito “ravvedimento”, la “revisione critica del proprio trascorso criminale” che il nostro ordinamento pone a base di ogni “percorso trattamentale”, che porta gradualmente alla concessione dei benefici e infine alle misure alternative alla detenzione. Altre volte ci siamo soffermati a commentare gli attentati terroristici che, di volta in volta, colpivano questo o quel paese, e lui ha sempre sottolineato l’assurdità di compiere tale efferatezze nel nome di un Dio. E anche lì mi è sempre parso sincero nelle sue affermazioni.

Nel frattempo, ha trovato un buon lavoro nel forno interno a carcere. Senza però smettere di studiare: iscritto al gruppo di studenti universitari di Giurisprudenza della Sapienza, appena finito il turno lavorativo si precipita sui libri. Poche settimane fa ho assistito all’esame di Diritto pubblico: più preparato e puntuale che mai, ha meritato un bel ventinove, sfiorando il voto massimo solo per un’imprecisione rilevata da un assistente.

Avendolo conosciuto abbastanza, ho chiesto che fosse inserito nel gruppo di detenuti con cui siamo andati a incontrare gli alunni di una scuola esterna. Si parlava di legalità e contrasto ai comportamenti devianti. Molto meno a suo agio degli altri per una questione caratteriale più che linguistica, ha esordito con voce tremante, ammettendo di vergognarsi di esser lì come detenuto. Ha reso così molto efficace la sua testimonianza, catturando l’attenzione dei ragazzi, che hanno ben capito quanto sia dolorosa e poco edificante la condizione del colpevole.

Alla fine l’ho incontrato fuori delle mura, dopo tanti anni di carcere: agitato, sperduto, doveva andare a passare suo primo permesso-premio dall’altra parte della città, a lui totalmente sconosciuta: “Ti prego, chiamami un taxi, ho paura di far tardi, devo andare in questura per firmare”. So che presto potrà riabbracciare la sua famiglia. Quel che gli si può augurare è di circoscrivere questa brutta esperienza e adoperarsi per vivere tranquillamente, e non fare come troppi altri ex detenuti che troppo spesso ricadono nell’illegalità. Sarà dura, con la crisi che mortifica le aspirazioni di chiunque sia alla ricerca di un lavoro, figuriamoci se si tratta di un pregiudicato. Ma lui sembra avere le qualità per potercela fare.