Ucciso perché inavvicinabile e fermamente contrario ad “aggiustare” i processi o a chiudere un occhio sugli affari dei mammasantissima. E’ questo secondo il pentito Domenico Agresta il movente che si nasconde dietro l’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, freddato a colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983 da due killer della ‘ndrangheta: l’unico magistrato ucciso dalla mafia nel Nord Italia.

Agresta, soprannominato negli ambienti della criminalità “Micu McDonald”, è nato a Locri ma la sua famiglia è radicata a Volpiano (Torino), ha 28 anni e una condanna definitiva per l’omicidio di Giuseppe Trapasso, fulminato nel 2008 con un colpo alla nuca a Borgiallo, piccolo comune del Canavese. E non solo. Per gli inquirenti, infatti, “Micu McDonald” è il “rampollo” di un’importante famiglia di mafia che dalla Calabria ha messo salde radici in Piemonte ed è storicamente legata – come ha raccontato lui stesso agli inquirenti – alla ‘ndrina di Domenico “Mimmo” Belfiore, il boss che diede l’ordine di eliminare Caccia e che ancora oggi resta l’unico colpevole per quel delitto (venne condannato all’ergastolo nel ’93 e dal 15 giugno 2015 è ai domiciliari per motivi di salute). Suo padre Saverio Agresta da pochi anni è tornato in libertà dopo una lunga detenzione, suo zio Antonio, 56 anni, è in carcere per droga.

Questa mattina il ventottenne, collegato in videoconferenza, ha testimoniato al processo che si celebra davanti alla Corte d’Assise di Milano e che vede unico imputato come uno dei presunti assassini il panettiere Rocco Schirripa, arrestato a Torino nel dicembre 2015. Rispondendo alle domande del pm della Dda Marcello Tatangelo, Agresta ha sostenuto che alcuni esponenti della famiglia di ‘ndrangheta dei Belfiore entrarono nell’ufficio di Bruno Caccia “per convincerlo ad aggiustare processi e indagini, ma lui gli urlò addosso e gli sbatté la porta in faccia” e loro “lo uccisero proprio per la rabbia di essere stati cacciati così, lo uccisero perché era inavvicinabile e incorruttibile”.

Il collaboratore di giustizia ha confermato quanto già messo a verbale nei mesi scorsi, affermando di aver appreso le notizie sull’omicidio in carcere da Placido Barresi, cognato di Domenico Belfiore. Secondo Agresta a premere il grilletto la sera del 26 giugno ’83 furono Schirripa e Francesco D’Onofrio, 62 anni, considerato vicino alla ‘ndrangheta ed ex militante dei Comunisti organizzati per la liberazione proletaria, gruppo sorto dalle ceneri di Prima linea. Per il pentito, assieme i due “hanno commesso tanti omicidi”. Lo scorso febbraio D’Onofrio, che si è sempre dichiarato innocente, è stato iscritto nel registro degli indagati dai pm di Milano come il secondo presunto esecutore materiale, proprio in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia.

Il movente secondo cui Caccia venne ucciso perché non era disponibile a parlare con uomini della ‘ndrangheta (in anni in cui, come svelò l’inchiesta, alcuni magistrati torinesi mantenevano legami pericolosi con i mammasantissima) era già emerso dalle rivelazioni fatte agli investigatori nel 1986 dal boss catanese Francesco Miano, che registrò in carcere le confidenze di Belfiore. Ma secondo il legale della famiglia Caccia, l’avvocato Fabio Repici, l’iniziativa di Miano fu in realtà un “prodotto di attività del Sisde“, su cui poi venne “fondata l’intera impalcatura accusatoria” che portò in carcere Belfiore. Ma che non spazzò mai completamente via le ombre e i misteri sul movente.

Repici, infatti, ha sempre sostenuto che l’omicidio è legato alle indagini che Caccia conduceva su una presunta rete criminale composta da esponenti della mafia palermitana, catanese e calabrese (oltre che da marsigliesi e corsi) per controllare i casinò del nord Italia e della Costa Azzurra. Una rete che – a detta del legale – nel corso delle lunghe inchieste ha potuto contare su appoggi e coperture da parte di membri infedeli di apparati istituzionali e colletti bianchi.