Tina ha compiuto 50 anni da qualche giorno e, di questi 50, 28 sono di lavoro. Un inizio come tanti, una vita probabilmente come tante. Eppure ogni storia ha la sua importanza e spesso possiede qualcosa che brilla di luce propria, come quella che scorgo negli occhi di questa donna, minuta e battagliera, emozionata, ma fiera nello sguardo e nella parola.

“È dal 1989 ormai che lavoro nel settore delle mense e di conseguenza negli appalti – racconta – Avevo 22 anni ed ero una ragazza di belle speranze che si affacciava al mondo del lavoro, sempre positiva. Ho cambiato diversi appalti dal 1989, precisamente cinque. La situazione, negli anni, invece di evolversi ha seguito la direzione opposta, fino ad arrivare a oggi in cui mi ritrovo a essere una donna di mezza età che ogni giorno trema dalla paura di perdere il lavoro o di dover cambiare per l’ennesima volta registro di comandamenti. Perché – spiega ancora – se mi va bene cambio ditta e probabilmente il modo in cui dovrò lavorare. Se mi va male cambio sempre ditta, ma mi riducono le ore di contratto, mentre quella precedente non mi paga tutto come dovrebbe. E allora doppio ricorso per farmi riconoscere quanto mi è dovuto, qualcosa che già mi spettava per il lavoro svolto; nel frattempo, mi dovrò occupare di capire come offrire il nuovo servizio”.

Gli appalti. Un tema che sta tornando in superficie grazie ai referendum promossi dalla Cgil, ma che a mio avviso rischia di essere un po’ “soffocato” dall’altro grande tema, quello dei voucher, sul quale il ministro del Lavoro Poletti sta tentando (con tripli carpiati) di focalizzare l’attenzione cambiando idea ogni giorno e proponendo mille ipotetiche restrizioni alla legge vigente con l’unico intento di evitare il voto popolare.

Il problema di base degli appalti sta nell’aggiudicazione delle gare al massimo ribasso, ribassi che penalizzano sia le aziende virtuose sia ovviamente l’anello più debole: i lavoratori. La maggior parte delle aziende recuperano le percentuali di ribasso contraendo il costo del lavoro, non pagando contributi e stipendi o risparmiando sulle norme di sicurezza. Per questo è necessario ristabilire un rapporto di responsabilità tra l’azienda committente e la ditta che vince l’appalto, in un contesto che ormai è diventato selvaggio e privo di qualunque verifica, sull’onda di quella privazione di diritti che sta producendo la deriva del lavoro così come è inteso nella nostra Costituzione.

Tina prosegue nel suo lucido sfogo: “Dentro di me ci sono fiumi di emozioni diverse che scorrono e che si intrecciano. Paura, confusione, speranza, incazzatura. Il motivo è semplice. Tutto questo è ingiusto. Perché ho 50 anni, perché sono giovane di testa, ma mi sento usurata nel fisico. Siamo solo dei numeri – sottolinea Tina – Numeri tradotti in PRODUTTIVITÀ AZIENDALE. Chi è Tina? È la cuoca della scuola! E nei miei ingredienti segreti ho sempre messo quello principale, cioè l’amore. I miei bimbi, li ho sempre chiamati così, questo lo hanno sempre percepito. E non accetto di perdere un ingrediente così fondamentale, per stanchezza o rassegnazione. Solidarietà negli appalti?Assolutamente sì”.

È decisa e definitiva Tina, ovviamente convinta che questo debba essere un primo passaggio obbligato per garantirle maggiore serenità mentre svolge con passione e dedizione il suo lavoro. Ma allora il problema di chi è? È solo di Tina e di tutti i lavoratori in appalto nei nostri alberghi, mense, pulizie, e di tutti i giovani o futuri giovani che in quel contesto avranno la fortuna/sfortuna di iniziare un percorso lavorativo? E la questione dei voucher, chi la subisce oltre a chi con i “buoni lavoro” viene pagato?

Il problema è di tutti. Perché quando non esiste più il soggetto ma solo il profitto, quando si compra il lavoro e si disconoscono oltre al soggetto anche tutti quei diritti che al soggetto stesso dovrebbero essere garantiti, non è solo la persona interessata che viene meno, ma tutto quel sistema di welfare, al quale ci stiamo già disabituando, composto anche da tasse in busta paga e da tutto il sistema contributivo.

La prospettiva è dettata, a mio avviso, da una lucida intenzione: la privatizzazione di questo Paese. Tendenza della quale già vediamo le conseguenze nella sanità, nei servizi, e che si sta allargando a macchia d’olio. Il problema è estremamente politico quindi, certo sindacale, ma non solo: è sociale. E interessa tutti.