Con il senno di poi voglio dedicare questo mio documentario a Franco Fergnani, docente di Filosofia morale all’Università Statale di Milano. Anche se Fergnani è morto, la sua presenza resterà per sempre nella mente degli studenti che hanno ascoltato le sue lezioni e nelle aule dove risuonava la sua voce pastosa e gentile.

Fergnani aveva un aspetto quasi scimmiesco, andatura sbilenca, resti sparsi di schiuma da barba sul volto, occhi piccoli che ti scrutavano in un lampo, era capace di fermarsi a parlare con gli studenti più appassionati per ore dopo le sue lezioni rigurgitanti di sinonimi e postille preziosissime. Aveva una umiltà imbarazzante: ricordo una sua lezione sulla “deiezione” (filosoficamente intesa come “scadimento della vita nel quotidiano”), una lezione di due ore solo su questa parola, deiezione. Alla fine della lezione uno studente prese la parola e disse: “Professore, non mi è chiaro il concetto di deiezione”. E Fergnani, dopo un breve momento di sconcerto, rispose: “Ma è proprio quello che abbiamo cercato di spiegare in questa lezione…”. Bene, la prima ora della lezione successiva fu dedicata interamente alla… deiezione!

Questo docente di Filosofia morale, massimo esperto di Jean Paul Sartre, è stato descritto alla perfezione da Giuseppe D’Ambrosio Angelillo nel suo libro Milan Blus Bann, un romanzo illustrato che vi consiglio appassionatamente. Angelillo può vantare una amicizia intima con Fergnani e il libro lo dimostra perché trasuda intimità con questo docente-filosofo fuori dal comune. E per questa amicizia invidio tantissimo Angelillo.

Per quanto mi riguarda, le lezioni di Fergnani restano il ricordo più bello, più filosofico del mio percorso alla Statale: salire sul tram affollato, di mattina, in una città come Milano e andare a godersi una lezione sul Nulla, era liberatorio. Era la certezza che non si vive di solo pane: la michetta è la michetta, ma il Nulla è il Nulla! E anche il Nulla ha le sue briciole, proprio come la michetta. Mi è rimasto addosso un senso di mistero, un mistero assediato dalla lucidità, ma che resta inesplorabile nelle sue ignote diramazioni. Ho capito che la nobiltà dell’uomo consiste nel non farsi “cosalizzare”: dentro sé l’uomo ha un “vuoto d’essere” che gli permette di non essere compatto come una pietra. E’ questo vuoto, in fondo, la nostra libertà.

Ho imparato ad amare il vuoto grazie a Fergnani. Ricordo la sua inquietudine quando gli studenti piazzavano i loro registratori sulla sua cattedra. Fergnani si trovava in uno stato di lotta con questi strumenti cosalizzanti che avevano lo scopo di catturare la sua voce e di chiuderla e compattarla su un nastro, ma era anche consapevole che la sua voce possedeva un vuoto d’essere che nessun registratore poteva esaurire, un punto di fuga possibile, una imprendibilità.

Davanti a un registratore implacabile ma anche davanti alla morte, l’uomo resta un mistero che va oltre la sua stessa condizione. E se siamo condannati alla libertà, ben venga questa condanna, se è vissuta con amore, passione e ironia.

Così un giorno sono uscito con la mia videocamera e ho cercato di raccontare il Nulla della mia città: Milano.