di Federica Pistono * 

Nella narrativa irachena degli ultimi anni si riflettono, come in uno specchio, i drammi vissuti dalla società civile, le problematiche della condizione umana in un contesto di dittatura, le tematiche della guerra, della distruzione e del caos.

Della brutale dittatura di Saddam Hussein tratta il breve romanzo Rapsodia irachena di Sinan Antoon (Feltrinelli, 2010, trad. R.Ciucani), ambientato nel 1989, tra la fine del conflitto Iran-Iraq e l’inizio della Prima Guerra del Golfo. Il ministero dell’interno iracheno viene informato del fatto che, nel corso di in inventario eseguito nella sede del Comando di polizia di Baghdad, è stato rinvenuto un manoscritto in un archivio. Scribacchiato a matita, privo di segni diacritici, risulta essere il diario di un giovane detenuto, Furat. Dal manoscritto emerge che Furat era uno studente e poeta alle prime armi, dotato di uno spirito caustico e corrosivo, arrestato per aver sbeffeggiato nei suoi versi il dittatore. Furat rievoca l’incubo delle carceri del regime e della tortura e, in parallelo, la sua vita quotidiana fino all’arresto: l’adolescenza, la famiglia, l’università, la dittatura, la guerra Iran-Iraq, le partite di calcio, i primi amori. Racconta di un Iraq impossibile, in cui il regime è ovunque, nella vita pubblica come in quella privata, dell’isteria ma anche della crudeltà della dittatura di Saddam Hussein. Solo nel finale, in una Baghdad apocalittica e deserta, sembra profilarsi una speranza, anche se forse è solo un’illusione, un miraggio.

Il tema della dittatura si ritrova anche Dita di datteri di Muhsin Al Ramli (Cicorivolta Ed., 2014, trad F.Pistono), cui si intreccia quello dell’esilio: il protagonista fugge infatti dall’Iraq di Saddam per rifugiarsi in Spagna. Il romanzo si snoda lungo due binari, cioè il presente, che si svolge a Madrid, e il passato, incastonato in Iraq, rievocato con la tecnica del flash-back, con la storia del villaggio utopico fondato dal nonno, al di là delle leggi del regime. La ribellione alla dittatura ha però trasformato la vita della famiglia in un incubo, costringendo il protagonista e suo padre all’esilio, l’uno all’insaputa dell’altro. I due si ritrovano per caso a Madrid, dove il padre, trasformatosi in un bizzarro personaggio che gestisce una discoteca, è giunto in realtà per compiere un’oscura vendetta. Un’opera sulla dittatura e sull’esilio, ma anche sullo scontro tra le generazioni.

Gli orrori dell’Iraq, dilaniato dalla violenza e dagli estremismi, è narrato in una raccolta di racconti, Il matto di piazza della Libertà di Hassan Blasim (Il Sirente, 2012, trad. B.Teresi). Fondendo fantastico e quotidiano, reale e surreale, in una prosa che risente visibilmente dell’influenza di Kafka, Blasim descrive, tra lucidità e allucinazione, gli orrori del recente passato dell’Iraq e i tormenti cui sono sottoposti i profughi iracheni che cercano all’estero la salvezza. Tematica centrale dei racconti è il trauma della guerra, e le strategie elaborate dall’essere umano per superare angoscia e tormento. Oltre a criticare con impietoso e dissacrante umorismo nero i rapporti tra Iraq e Occidente, l’autore tratteggia, con crudo realismo, il lato più oscuro delle migrazioni clandestine, le difficoltà dei rifugiati iracheni in Europa, le sofferenze di un popolo e, più in generale, un’umanità che ha perduto l’innocenza.

Il romanzo che forse, più di ogni altro, riflette l’atmosfera da incubo che avvolge l’Iraq dell’ultimo quindicennio è Frankenstein a Baghdad di Ahmed Saadawi (Edizioni e/o, 2015, trad. B.Teresi). Hadi, uno straccivendolo sporco e scostante, cerca per le strade di una Baghdad devastata dalla guerra i resti umani sparpagliati dalle esplosioni. Turbato dal fatto che ai corpi smembrati delle vittime degli attentati non sia concessa una degna sepoltura, raccoglie e assembla le parti dei cadaveri e compone un corpo completo. Un giorno, il cadavere ibrido è occupato da un’anima errante, senza pace, si anima e si trasforma in un Frankenstein che comincia a vivere e a vendicare le vittime. Un po’ alla volta questo mostro, su cui indagano inutilmente polizia e giornali, terrorizza la popolazione di Baghdad, iniziando a colpire anche vittime innocenti. Tra horror e denuncia, tra violenza esponenziale e fantasia macabra, il romanzo sottolinea come la violenza cieca non produca che dolore e ingiustizia. L’autore utilizza il realismo magico con ottimi risultati, mescolando la fantasia con la raccapricciante realtà irachena. L’elemento fantastico aggiunge un tocco di umorismo alla narrazione, mitigandone la crudezza.

Queste opere dimostrano, a mio avviso, come la letteratura rappresenti, a volte, la via più breve e diretta per immergersi nell’atmosfera di un paese e di un’epoca.

* traduttrice di romanzi di letteratura araba