Da qualunque prospettiva lo si guardi, questo 2017 per Enrico Ruggeri doveva proprio essere un anno importante. Per l’anagrafe, sicuramente, perché in giugno festeggerà i suoi sessant’anni. Per la carriera, perché sono quarant’anni tondi tondi dalla sua comparsa, capelli biondo platino in testa, occhialoni dalle lenti nere e l’ingombrante montatura bianca a coprire lo sguardo, sulla scena musicale italiana. Per la sua passione smodata per il punk, che sempre quest’anno vede il resto del mondo, l’Italia un po’ meno, a festeggiare i primi quarant’anni anche di questo movimento, almeno nella sua versione UK.

Ma non solo, perché quest’anno è anche l’anno del ritorno sulle scene dei Decibel, prima band in cui il nostro ha militato. Evento, questo, non certo casuale, proprio nel 2017.
Il fatto è questo: di fronte a tante cifre tonde, i sessanta dalla nascita, i quaranta dalla carriera, Rouge, così lo chiamano i suoi fan e i suoi amici, ha deciso di fare qualcosa che rimarcasse gli eventi, senza cadere però nell’ovvio. Non puoi costruire una carriera andando contro corrente e poi banalizzare proprio il momento in cui di quella carriera vai a soffiare le candeline. Per cui, scartando la troppo scontata e faticosa idea del classico album raccolta con duetti (“Ci pensi a mettere d’accordo tutti gli ospiti, io voglio cantante questa, io quella. E soprattutto tutti i loro manager, le loro case discografiche… Troppa fatica…”), Ruggeri ha optato per qualcosa che in partenza doveva essere quasi intima, una cosa tra amici.

Cosa? Tornare a suonare una canzone con la sua vecchia band. Del resto con Silvio Capeccia, tastiere, e Fulvio Muzio, chitarre e tastiere, si erano già ritrovati tre anni fa, a un concerto celebrativo degli Sparks, a Londra. Non che si fossero mai del tutto persi di vista, gli altri due a collaborare sovente nel corso degli anni, ma a quel concerto della band americana qualcosa si era riacceso. Così Enrico propone ai suoi ex soci di fare un concerto per gli amici, questa la prima idea per festeggiare i suoi primi sessant’anni. Poi no, cambia idea, meglio provare a fare un brano nuovo, magari da mettere come inedito in una raccolta. Una cosa tira l’altra, Silvio e Fulvio cominciano a tirare fuori idee che stavano nel cassetto da tempo, in sala prove torna la vecchia chimica, ed ecco che da qualcosa di intimo, di scherzoso salta fuori un intero album di inediti, a distanza di una vita.

Noblesse oblige, il titolo, molto decibelliano, certamente, e di conseguenza molto ruggeriano. Un album, questo, che presenta tutto il repertorio di colori della band, con i più la maturità acquisita negli anni. Non quindi, questo potrebbe pensare chi non li conoscesse leggendo il riferimento al punk, qualcosa di energico e sfrontato (ascoltate le parole di Fashion o Il Jackpot, per capire). Ma davvero una tavolozza di colori amplissima, dalla ballata d’amore definitiva, dedicata all’ultima donna della vita (sorta di negazione del brano presentato da Rouge a Sanremo l’anno scorso, Il primo amore non si scorda mai), a brani kurtwieliani, che su basi pianistiche dipingono scenari apocalittici e complottistici. In mezzo il rock, la canzone d’autore, il punk. Tutto. E, cosa affatto scontata oggi, tutto suonato davvero, senza groove, senza macchine, senza trucchi.

“Una band che suona davvero, in studio come nei live, oggi è una novità. O quantomeno è una anomalia. Del resto il rock, il genere che, in tutte le sue sfumature, pratichiamo da circa quarant’anni, oggi è la nuova musica classica, ovvio che ci si applichi a certi dettagli come il suonare”. Questa faccenda del rock come nuova musica classica diventerà il tormentone del ritorno dei Decibel, sembra ovvio. Perché giustamente i tre ragazzotti in questione fanno notare come oggi tra generazioni gli adulti usino il rock per rivendicare la propria appartenenza culturale, cui i giovanissimi contrappongono Justine Bieber o Fedez, Dio ce ne scampi, tanto quanto un tempo i loro genitori ascoltavano classica, con loro a mettere sul piatto i Black Sabbath, il tutto per compiere una rivoluzione.

Tutta l’operazione Noblesse oblige, lanciata dal singolo My My Generation, sarà incentrata su questo concept, con l’album disponibile in una prestigiosa e costosa versione cofanetto, con tutti i vecchi vinili della band, comprese rarità, poster, book fotografico e ovviamente cd. Con concerti portati nei teatri e nei locali, non certo nelle piazze. Pubblico selezionato e attento. Del resto le canzoni dell’album, diventato tale in corso d’opera, suonando con gusto in studio, richiedono attenzione. O meglio, le si può ascoltare con disattenzione, muovendo il piede, ondeggiando la testa, a volte rallentando i battiti del cuore, come succede con la musica di qualità, ma se si ascolta bene, a luci spente in cameretta (cioè trovando quello che oggi, da adulti, è il corrispettivo della nostra cameretta), si noteranno citazioni, arzigogoli, suoni, parole che meritano qualche ora del nostro tempo.

Per i più giovani, con l’invito scontato di andare a sentire i Decibel dal vivo, perché questi signori di sessant’anni sul palco diventano animali fantastici, altro che J.K. Rowling, consiglierei di partire proprio dal singolo My My Generation. Fate così, prendete carta e penna e segnatevi tutti i nomi che la band sciorina nel finale della canzone, come un mantra, o come un lungo omaggio agli ispiratori. Segnatevi quei nomi e poi, ascoltato con attenzione tutto Noblesse oblige, andatevi a cercare chi sono quei nomi. Dai Ramones ai New York Dolls, dai Sex Pistols agli Stranglers, via via fino a quegli Sparks, al cui concerto questa macchina splendida si è rimessa in moto. La musica è cultura, ragazzi, cultura e divertimento, i Decibel sono tornati per ricordarcelo.