“Dobbiamo cercare di arrivare a una legge per regolamentare le lobby in Italia”, diceva un anno fa l’ex ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, nel mezzo dell’inchiesta sul petrolio “Tempa Rossa” che coinvolse il compagno del ministro Federica Guidi, costringendola a lasciare l’incarico al Mise. Nulla da fare. 

Da allora è ancora tutto fermo. Tutto mentre le ombre nei rapporti tra politica e imprenditoria sono al centro dell’inchiesta Consip. “La proposta di legge Orellana è arenata da tempo in commissione al Senato, serve una legge quadro nazionale per regolamentare i rapporti”, ha ricordato in un convegno al Centro studi americani a Roma, Federico Anghelè, responsabile delle relazioni istituzionali di “Riparte il Futuro“. Non è la prima volta, dato che dal 1976 sono oltre 50 i progetti di legge che non hanno alla fine avuto seguito. Un tentativo lo sta facendo la Camera dei deputati, con una sperimentazione regolamentare in materia di lobbyng, con l’istituzione di un registro ad hoc per i portatori di interesse e una stanza riservata a Montecitorio. “Non basta”, rivendica però lo stesso Anghelè, ricordando come sia “anacronistico“. “Certo, è un primo passo. Ma non è quello che riuscirà a fermare i rapporti indebiti tra politica e lobby”. 

“Riparte il futuro” ha però ha ricordato come nel 2016 ci siano stati alcuni esempi virtuosi nelle pubbliche amministrazioni, da sottolineare: “Il Mise con il ministro Calenda si è dotato di alcuni strumenti, dopo lo scandalo dell’inchiesta sul petrolio. E soprattutto il viceministro ai Trasporti Riccardo Nencini, che ha una sua agenda dal 2015”, ricorda Anghelè. “Cosa facciamo? In realtà è la scoperta dell’acqua calda. In un registro inseriamo chi chiede un incontro e controlliamo se viene depositato un documento, poi ne diamo notizia pubblica”, chiarisce lo stesso Nencini, presente all’iniziativa. 

Sono però ancora casi isolati. Qualcos’altro si muove a livello regionale, con Toscana, Molise, Abruzzo apripista. Tra i comuni, invece, Roma e Milano sono le più attente. “Queste esperienze pilota devono essere estese a tutti i ministeri. Ma non solo. Serve tracciare anche i direttori generali, dato che l’attività di pressione coinvolge anche il settore amministrativo”, ha concluso Anghelè. Lo stesso che ammette: “Difficile che ci sia una legge a breve, considerata anche la legislatura che va verso la fine. Ma noi continuiamo a chiedere che venga approvata”