Me ne sono ricordata quando ormai avevo preso il biglietto. Avevo letto con interesse, ovviamente anche da giornalista, ma soprattutto da persona sconvolta dalla quantità di donne violate e uccise, il dibattito e le notizie sullo sciopero internazionale delle donne contro la violenza in occasione dell’8 marzo. Pur essendo “sciopero” una parola che non fa parte del mio vocabolario di lavoratrice del secondo millennio – niente posto fisso, dunque come si può scioperare? Io sciopero sempre, quando il lavoro manca – avevo deciso di andare in un’altra città per incontrare una persona, sbrigare alcune cose di lavoro urgenti – no, non posso permettermi un biglietto solo per festeggiare, devo mettere insieme più cose, cari sindacati difensori del posto fisso –  e magari però godermi la festa della donna lì, eventualmente mettendo il naso in una delle manifestazioni della città.

Poi ho realizzato che lo sciopero a favore delle donne coinvolgeva anche la sanità. Ma soprattutto i trasporti. Città paralizzate da sindacati le cui sigle mi creano solo irritazione, visto che, oltre al fatto che a Roma scioperano un venerdì sì e uno no (sempre venerdì che il weekend viene meglio), noi precari quei sindacati non li abbiamo mai visti. Mai nessuno è venuto a cercarci, per raccontare le nostre storie – ormai quelle di milioni di giovani e meno giovani, mai nessuno ci ha portato sui tavoli della contrattazione collettiva, perché nessuno ha mai contrattato per noi. Che senso ha dunque che nel giorno della manifestazione delle donne si privino queste ultime della possibilità di spostarsi, creando solo un enorme disagio che sarà forse l’unica cosa che le persone si ricorderanno? Come può partecipare allo sciopero, e scendere in piazza per donne che hanno subito violenza, una mamma precaria che abita in periferia, e non sa come spostarsi se i mezzi non ci sono, e se magari – come sembra – persino la scuola è chiusa? Quella mamma oggi si sentirà meno connessa, più abbandonata, più sola.

Ma lo sciopero in tutti i settori, sento dire, rafforza il messaggio fa sentire la forza delle donne. Ma come? A costo di ripetermi: la sensazione che questa mattina provano quelle persone normali, pure per nulla indifferenti a certi ai problemi delle donne e alla questione inaudita della violenza, è di irritazione, fatica, disagio, i sentimenti perfetti per cancellare la gioia di festeggiare, vista l’impossibilità di raggiungere in maniera degna una manifestazione. Se la giornata diventa impossibile, se non si sa dove lasciare i bambini, se non si sa come spostarsi, quante lasceranno perdere i festeggiamenti contro la violenza per restare chiuse forzatamente nelle loro case? Davvero, cosa c’entra lo sciopero dei Cobas con la violenza contro le donne nel giorno della festa delle donne? Tu, sindacato che non hai mai rappresentato i miei diritti, aumenti solo la mia difficoltà a muovermi. Altro che lotta per noi.

Se avessero voluto fare davvero qualcosa di significativo, avrebbero dovuto rafforzare i mezzi, e magari – tramite un accordo con il Comune – offrire tariffe scontate per i taxi. Ecco, pagate alla donna una corsa in taxi, fatela sentire un po’ speciale, per un giorno voluta bene, invece che la solita persona che arranca per portare a casa la giornata, far quadrare faticosamente l’organizzazione familiare, preparare una cena per bambini che non si nutrono certo di scioperi. Invece 8 marzo, ecco lo sciopero di tutti i mezzi: un bel regalo alle donne. Oggi voi pensate di lottare per noi, ma così non è. Perché se aveste davvero pensato a noi, la vostra scelta sarebbe stata, magari, diversa.