Nell’aprile del 2013 in Bangladesh, l’edificio Rana Plaza adibito a industria tessile, crollava portandosi sotto le sue macerie 1134 operai e ferendone diverse centinaia. Tutti lavoravano per famose marche occidentali o per i loro fornitori, rendendo il Rana Plaza il simbolo di ciò che di peggio possa produrre la globalizzazione. Oltre ad aver perso la vita o essere rimaste gravemente ferite infatti, le famiglie delle vittime non sono neanche mai state risarcite in modo equo.

Per ciò sarebbe necessario che queste possano portare in tribunale le marche occidentali che le impiegavano, ma ad oggi il sistema giuridico lo impedisce (di contro, il proprietario dell’edificio, che aveva obbligato gli operai a recarsi al lavoro quando questi erano terrorizzati dalle crepe nei muri, è ora in carcere). C’è stato un modesto risarcimento, ottenuto solo grazie all’intervento dei sindacati locali e internazionali così come dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, obbligando le grandi firme occidentali della moda a dover mettere la mano al portafoglio davanti allo scandalo internazionale scaturito dalla strage, ma senza che queste ammettessero mai alcuna responsabilità.

Per colmare questo vuoto giuridico il Parlamento francese (maggioranza formata da Socialisti e Verdi) ha recentemente approvato  una legge sulla vigilanza delle società madri e delle imprese committenti che impone un obbligo di controllo alle multinazionali che finora hanno spesso potuto (direttamente o indirettamente) ricorrere al lavoro minorile o allo sfruttamento degli operai in Paesi lontani senza pagarne le conseguenze.

Questa prevede che tutte le imprese con più di cinquemila dipendenti (filiali incluse) e la cui sede centrale sia in Francia, debbano preparare un “piano di vigilanza“. Tale piano serve a individuare i rischi per evitare le violazioni gravi dei diritti umani e le libertà fondamentali, la salute e la sicurezza delle persone così come dell’ambiente che possano derivare dalle attività dell’impresa o dei suoi fornitori. In caso di violazione o non conformità l’impresa rischia una multa.

Cosa ci può essere di più sensato e logico che responsabilizzare i grandi gruppi che si girano dall’altra parte ad esempio sulle condizioni di lavoro di bambini costretti ad estrarre Coltan e Cobalto nelle miniere del Congo per produrre costosissimi smartphone per noi altri? Sembra il minimo chiedere a grandi gruppi come Total o Michelin di rispettare i diritti umani  fondamentali o le norme ambientali. D’altronde, la legge in questione non chiede loro di aumentare gli stipendi.

Ma ovviamente tutto ciò è ancora troppo per i grandi imprenditori. E’ così che l’associazione francese delle imprese private, sorta di super-Confindustria, che raggruppa al suo interno mastodonti del calibro di Accor, Crédit Agricole, L’Oréal, ha subito fatto sapere di rifiutare la “giudiziarizzazione delle relazioni tra le parti”, preferendo trattare la questione a livello europeo ed “evitare di penalizzare la competitività delle imprese francesi, nel caso fossero le sole a dover rispettare una tale regolamentazione”.

Stessa musica da parte del Medef, unione degli imprenditori francesi, che parla di “proposta tipicamente francese che introduce obblighi troppo vasti e vaghi”. Il Presidente degli industriali transalpino, Pierre Gattaz, ha fatto sapere che tale iniziativa contrasta con le iniziative del governo socialista miranti ad aumentare la competitività, e che bisogna smettere di essere ingenui e credere che proposte del genere possano innescare un circuito virtuoso che finisca con l’influenzare anche le imprese concorrenti.

A sentirlo, sembra quasi che lo sfruttamento degli operai, il lavoro minorile, l’uso di sostanze tossiche e vietate parteciperebbero alla competitività dei grandi gruppi economici. Una confessione che sottolinea ancora di più il coraggio dei parlamentari francesi che hanno presentato e approvato questa legge, nonché la caparbia di Ong come Ethique sur l’étiquette che però non possono ancora cantar vittoria.

Spalleggiati dagli industriali infatti, i parlamentari di destra, del partito Les Républicains (ex UMP) dell’ex Presidente Sarkozy e dell’attuale candidato Fillon, hanno presentato un ricorso alla Corte Costituzionale che avrà l’ultima parola su questa vicenda. Il responso della Corte, composta oltralpe da illustri giureconsulti ma anche da ex politici come Fabius, Giscard d’Estaing o ancora Jospin, non è scontato. Nelle ultime settimane del 2016 infatti, questa ha dichiarato incostituzionali due leggi che si ponevano come obiettivo di punire o prevenire alcuni abusi delle multinazionali. Tra questi, il cosiddetto “Emendamento Google” che avrebbe consentito al Fisco di poter tassare i giganti della rete per i profitti da questi realizzati in Francia ma fatti arrivare alle filiali in Irlanda o Lussemburgo senza passare dall'”Agenzia delle Entrate”.