Nove anni fa l’annuncio di un presidio dello Stato nella terra dei Casalesi. Una sezione distaccata della Squadra Mobile di Caserta a Casal di Principe, lì dove c’era il regno sanguinoso di Giuseppe Setola e dove la camorra non è ancora sconfitta. Ma dei trenta poliziotti entrati in servizio nove anni fa ne erano rimasti solo due e anche quest’ultimi agenti andranno via. Un segnale mortificante per lo Stato lì dove i segnali contano quasi quanto gli omicidi. Ma perché succede? Burocrazia sembra essere la risposta. L’immobile usato negli ultimi anni dagli agenti come sede è una villa confiscata al boss Dante Apicella ma la struttura non rispetta più alcune norme tra cui quelle di agibilità antisismica. E quindi i poliziotti se ne devono andare. Antonio Borrelli, questore di Caserta, spiega che “la struttura ha bisogno di grossi interventi di natura logistica. Forse qualche anno fa si badava meno a questi aspetti. Ma i luoghi di lavoro devono avere i requisiti previsti dalla legge. E qui ci sono diversi problemi di sicurezza, a partire dall’acqua inquinata. Si tratta di interventi che non possono essere fatti con la presenza di personale all’interno della struttura”.

Molto amareggiato il sindaco anticamorra di Casal di Principe, Renato Natale. Che al Corriere della Sera – che ha riportato la notizia in prima pagina – dice “le norme di prima non vanno più bene e dunque la sezione della “mobile” non può più stare lì. Capisco tutto… Ma per noi è un disastro“. Diversa invece la posizione del procuratore aggiunto di Napoli, Giuseppe Borrelli, che al Mattino dichiara che “visti i problemi di organico di cui soffre la polizia di Stato, tenere aperte due sezioni in luogo di una è praticamente inutile. E – continua – se la sezione distaccata di Casal di Principe può contare solo di due uomini, l’unica soluzione logica è chiuderla“. E in effetti gli agenti che operavano a Casal di Principe erano via via diminuiti: dalla ventina iniziale a 15, nell’ultimo anno poi erano rimasti in due. Continueranno a indagare dalla sede di Caserta. Per Borrelli, “fin quando persisteranno i problemi in termini di personale, l’esistenza della sezione distaccata a Casal di Principe non ha ragion d’essere”. Ed è indubbio che anche dalla sede centrale gli agenti continueranno a portare avanti la lotta alla camorra, ma la presenza fissa della Squadra Mobile nella cittadina a 20 chilometri da Caserta aveva anche un valore simbolico. Come scrive Gian Antonio Stella l’abbandono dell’avamposto “è uno sbaglio (…) che rischia di dare un segnale pessimo ai cittadini perbene che, anche a dispetto delle difficoltà economiche, continuano a sperare nel riscatto. E incoraggiare i malavitosi, oggi in difficoltà, a rialzare la testa”.

“Lo Stato doveva fare di tutto per non chiudere la sezione della Mobile”, dice Emilio Diana, fratello di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dai Casalesi il 19 marzo del 1994 nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casale. “Per i cittadini era garanzia di sicurezza, anche se oggi non c’è più quell’emergenza di una volta e, grazie anche all’attività del sindaco Renato Natale, si respira un’aria diversa a Casal di Principe”. Anche Francesco Greco, procuratore della Repubblica di Napoli Nord, ritiene che sia “meglio tenere aperti i posti di polizia piuttosto che chiuderli, anche considerando il fatto che la presenza della Polizia di Stato nell’agro-aversano è assolutamente sottodimensionata, e che i Casalesi non sono definitivamente sconfitti”. E ribadisce che “la presenza sul territorio della Polizia di Stato è sempre un fatto estremamente positivo, specie in luogo simbolo come Casal di Principe”.

“Apprendiamo dai giornali, con vivo stupore, che, a causa dell’inagibilità dei locali, chiude la sezione distaccata della Squadra Mobile di Caserta nel Comune di Casal di Principe. Notizia inaccettabile e fuori da ogni logica rispetto al contrasto alla criminalità organizzata” afferma da Napoli Tommaso Delli Paoli, segretario nazionale del Silp Cgil. “Appare inopportuno che un posto di Polizia di estrema professionalità investigativa, nato e pensato dall’allora capo delle Polizia Antonio Manganelli per dare un forte segnale di presenza dello Stato su un territorio a forte penetrazione criminale e per la presenza di efferati clan malavitosi, come quello dei Casalesi, possa finire così. Il Silp Cgil – continua il sindacalista – dice no a tale ipotesi e si mobilita, chiedendo che vengano individuati nuovi locali dove allocare il nucleo di investigatori che hanno permesso la cattura di importanti latitanti come Zagaria, Iovine, Setola e tanti altri. Inoltre, appare evidente che tale paventata ipotesi, in un luogo simbolo dello strapotere criminale come Casal di Principe, implichi emotivamente sui tanti cittadini onesti il senso di abbandono e di resa dello Stato. Non possiamo tollerarlo” conclude il sindacalista. Sulla vicenda non si registrano commenti da parte della politica. L’unico è quello del vice presidente della Camera Luigi Di Maio (M5s) su Twitter: “Causa ‘burocrazia’ la squadra mobile della Polizia andrà via da Casal di Principe. Un messaggio che lo Stato non può permettersi di dare”.

“Lo Stato non si è ritirato e non si ritirerà da Casal di Principe” dice il capo della Polizia Franco Gabrielli, che in una lettera al Corriere della Sera interviene sul caso. Dopo i lavori edili, spiega, “la nostra idea è quella di destinare l’immobile non solo a posto fisso della Polizia di Stato di Casapesenna, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa e Villa Literno, ma di elevare il presidio a Commissariato di Pubblica Sicurezza“. “Sono consapevole che l’opzione di utilizzare l’immobile confiscato ai clan camorristi e la conseguente necessità di seguire il complesso iter procedimentale appena descritto può apparire difficilmente armonizzabile con le aspettative di coloro che, a ragione, richiedono un’immediata attivazione del presidio su quel territorio”, scrive Gabrielli. “Pur tuttavia si è preferito mantenere quel sito proprio per l’alto valore simbolico rivestito, risultando comunque imprescindibile il rispetto delle leggi per una Istituzione il cui stemma reca ‘sub lege libertas'”.

Aggiornamento alle 12.20 del 7 marzo 2017